“SUBURRA”, IL NOIR ASPIRA A FARSI METAFORA NELL’APOCALISSE CHE INGOIA ROMA

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per il Secolo XIX

Qui a Roma tutti dicono Subburra con due b, c’è poco da fare purtroppo. Mercoledì 14 ottobre esce in 500 copie “Suburra”, il nuovo film di Stefano Sollima, e naturalmente spira un’aria da evento su questa crime story capitolina che prende il titolo dal famigerato quartiere dell’antica Roma ai piedi del Palatino, tutto bordelli e taverne, dove si incontravano nobili senatori e gente di malaffare. Chiaro il riferimento a Mafia Capitale? Infatti scandisce il regista, molto gettonato dopo le serie tv “Romanzo criminale” e “Gomorra”: «C’è un filo che collega passato e presente. Roma è una città multistrato. La sfogli e scopri i collegamenti tra mondi. Tante volte questi collegamenti restano nell’ombra. Altre volte tracimano fuori. E allagano la città».

Il caso vuole che il film venga presentato alla stampa a poche ore dalle dimissioni del sindaco Ignazio Marino. Nessuno, tra attori, regista e produttori, vorrebbe commentare la notizia, forse per non schiacciare “Suburra” sulla cronaca politica e giudiziaria. Alla fine tocca ai tre protagonisti dire qualcosa. Con scarsa convinzione, in realtà. Pierfrancesco Favino: «Ho scelto di parlare di politica solo col mio lavoro di attore, con le battute e i personaggi». Elio Germano: «Mi è sempre più difficile capire come parlano i nostri politici. Questa faccenda dei venti giorni per ripensarci…». Claudio Amendola: «Mi auguro che almeno per un paio d’anni finiscano gli inciuci. Temo che i partiti politici non siano in grado di ripulirsi. Quindi sbrighiamoci a votare. Penso che vinceranno i Cinquestelle, anche se non la penso come loro».

Ispirato al romanzo omonimo di Bonini & De Cataldo, “Suburra” è stato riscritto per lo schermo da un’altra coppia celebre, Rulli & Petraglia, con l’idea di estrarne – parola del regista – «un noir metropolitano un po’ spinto». Gli ingredienti? Sesso, droga, sangue, sparatorie, lusso, kitsch, tatuaggi, avidità, lussuria. E ancora: la vecchia destra fascista dei Nar e la nuova criminalità figliata dalla banda della Magliana, Ostia come “laboratorio” perfetto di gigantesche speculazioni immobiliari collegate alla mafia «della bassa Italia», i Palazzi del potere politico, perfino il Vaticano. Tutto si svolge nel corso di sette giorni: dal 5 al 12 novembre del 2011, in una Roma invernale frustata dalla pioggia scrosciante, mentre s’avvicina una devastante Apocalisse allegoricamente rappresentata dai tombini che esplodono, dal fango che dilaga.

«Uno sguardo spietato e implacabile su Roma, senza personaggi positivi ed eroi raddrizzatorti, un’epica cupa e serrata rispetto alla serialità televisiva» spiegano gli autori. Che adottano un metraggio ampio, 130 minuti, per orchestrare questo affresco tenebroso nel quale, senza fare nomi, si allude tuttavia a persone reali: il boss Francesco Carminati, il ras delle cooperative Salvatore Buzzi, forse il deputato Cosimo Mele, il clan sinti dei Casamonica, Berlusconi inseguito dallo spread, perfino un turbato papa Benedetto XVI a un passo dalle dimissioni.

«Raccontiamo i sette giorni che precedono la caduta del potere politico e spirituale» sintetizza Sollima. E quello criminale? Mentre Favino teorizza: «Roma sopravvive sempre, in un modo tutto suo». Certo il film non va tanto per il sottile, cerca lo scatto adrenalinico, mostra con crudezza sesso e ferocia, gioca col genere poliziesco per estrarne suggestioni più alte, anche d’autore. Ma tutto resta esornativo, effettato, epidermico, rumoroso, mentre la pioggia cade, cade, cade… (metafora).

In sintesi. Favino è un parlamentare della maggioranza, sessualmente vizioso e molto corrotto, in combutta con la malavita; Germano un pierre viscido, vigliacchetto e senza scrupoli finito nell’orbita di un ras zingaro; Amendola il carismatico padrone di Roma che controlla ogni attività criminale, infatti lo chiamano “Samurai”; attorno ai tre si muove un mondo vorace e senza scrupoli, fatto di escort, pistolere tossiche, deputati ingordi, balordi sanguinari. Il potere dei soldi sembra inamovibile, granitico: invece «un vento anarchico, inatteso, spazzerà via tutto, lasciando molti cadaveri», suggerisce il produttore Riccardo Tozzi.

Di sicuro “Suburra” non piacerà al centrodestra, o ciò che ne resta. «Uno come me, ora come ora, se ne fotte della magistratura» gongola in sottofinale il parlamentare forzista. Si sente invincibile. Di lì a poco, e il film lo mostra, nella disperazione dei “peones”, il suo premier si dimetterà, assediato dai contestatori sotto Palazzo Grazioli. Al centrosinistra toccherà nella prossima puntata? Intanto, sui titoli di coda, viene ringraziato il Gabinetto del sindaco Marino per l’aiuto ricevuto durante le riprese.

Battuta del film già finita in rete. Un ex terrorista nero appena uscito dal carcere finisce sotto un Suv. «Samurai, sei stato tu?». «No, è stata Roma».

Michele Anselmi

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