LA FESTA DI ROMA PROVA A RIFARSI IL TRUCCO. BUONA PARTENZA CON “TRUTH”

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Un po’ suona bizzarro. C’era film migliore di “Suburra”, nel senso del tema e dell’ambientazione, per inaugurare la romana Festa del cinema che compie 10 anni? No. Eppure i produttori hanno preferito farlo uscire mercoledì nelle sale normali, puntando sul pieno di pubblico (470 mila euro in due giorni è un’ottima partenza). E ancora. La cine-kermesse omaggia Pasolini nel quarantennale della morte. Sui lati oscuri di quell’omicidio c’è bell’e pronto un film di David Grieco, “La macchinazione”, ma di nuovo i produttori hanno preferito non proporlo. Magari non significa niente. O forse sì. Fate voi.
In ogni caso, venerdì sera all’Auditorium ha debuttato la rinata Festa (chiude il 24 ottobre): senza squilli di tromba sul tappeto rosso, con qualche taglio sulla “cittadella” e le strutture, senza giurie, concorso, madrine, serate d’apertura e di chiusura, col mercato ridisegnato in cerca di affari, la partnership un po’ invadente del Mibact, in un clima un po’ sospeso, anche perché nel frattempo il sindaco Marino ha dato le dimissioni. Infatti non s’è fatto vedere, ragionevolmente. Sul catalogo, in compenso, appare un suo scritto, vi si legge tra l’altro: «Credo che le romane e i romani meritino una grande Festa di cui andare orgogliosi, dove la soddisfazione dello spettatore si aggiunge a quella del cittadino». E via citando Pasolini e Leone.
Antonio Monda, il neo-timoniere “newyorkese” scelto proprio da Marino, ama ripetere: «Nella Festa che ho l’onore di dirigere ogni film e ogni ospite è un vincitore nel momento in cui viene invitato». Speriamo abbia scelto bene. Anche se dice nelle interviste di temere soprattutto i pregiudizi: di chi? Certo in dieci anni sono cambiate tante cose, non fosse altro perché, sotto Veltroni sindaco, la Festa, poi diventata Festival con Alemanno, arrivò a costare 16 milioni di euro. Un po’ per rivaleggiare con Venezia (partita persa); un po’ per gigantismo capitolino (l’Auditorium costa). Adesso fa niente se le anteprime non sono più mondiali. Si punta al risparmio, alla moltiplicazione dei generi, degli omaggi, dei duetti: venerdì pomeriggio, per dire, Frances McDormand e il marito Joel Coen hanno allegramente parlato in pubblico di cinema e matrimonio.
Poi, però, ci sono i film, perlopiù raccolti sotto la dicitura “Selezione ufficiale”. E se il cinese “Monster Hunt” di Raman Hui, favola sulla “diversità” con animazione e attori in carne ed ossa, è stato disertato dai cinefili alle 9 di mattina, una notevole folla di accreditati s’è messa in fila per l’atteso “Truth” di James Vanderbilt, protagonisti Cate Blanchett e Robert Redford. Le due star non sono volate a Roma, ma il regista sì, e con lui la vera giornalista al centro della storia, Mary Mapes. “Truth” significa verità, e nel film, due ore serrate e appassionanti, tutti la cercano spasmodicamente. Cinema & giornalismo è un binomio che ha prodotto, anche di recente, film di forte suggestione ispirati a inchieste reali: “Spotlight” sui preti pedofili a Boston, “La regola del gioco” sui legami tra Cia e narcotrafficanti sotto Reagan. Vanderbilt, qui alla sua prima regia, ci riporta al 2004, l’anno cruciale della rielezione di George W. Bush alla Casa Bianca. Ma il film ricostruisce quanto avvenne pochi mesi prima: quando “60 Minutes”, mitico programma della Cbs, lanciò una sensazionale inchiesta sui favoritismi goduti in gioventù dal futuro presidente. Storia inoppugnabile secondo molti: all’apice della “sporca guerra”, il rampollo texano sarebbe stato imboscato come pilota nella Guardia nazionale per salvarlo dal Vietnam. Furono Mary Mapes e il carismatico anchorman Dan Rather, d’accordo con la Cbs, a orchestrare lo scoop, in realtà mai smentito dall’interessato; solo che, strada facendo, vizi di forma, documenti fotocopiati, ritrattazioni delle fonti interviste misero il team di “60 Minutes” sotto accusa. Col risultato di oscurare il cuore della notizia.
Redford e Blanchett sono perfetti nel restituire il sodalizio professionale, un po’ padre-figlia, che portò i due dalle stelle alle stalle: lei fu licenziata dopo un’indagine interna, lui preferì dimettersi e poi fece causa alla Cbs. Il film, scrupoloso nel riportare i fatti, non retorico nel timbro, ironico nei confronti della carta stampata, ci ricorda che il mestiere del giornalista consiste nel porre domande ai potenti, sempre. Ironia della sorte: dopo essere stata cacciata, Mary Mapes vinse un premio per aver rivelato con un reportage, sempre targato Cbs ma prima dell’affaire Bush, le torture nel carcere di Abu Ghraib. Uscirà nei cinema il 5 gennaio, targato Lucky Red.

Michele Anselmi

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