The Lobster. La società della violenza

In un prossimo futuro le leggi parlano chiaro: ogni persona che, passata la quarantina, sarà ancora single verrà condannata agli arresti e internata in Hotel. Qui, si avranno a disposizione 45 giorni di tempo per trovare un/a partner. In caso di fallimento, l’uomo o la donna saranno trasformati in un animale a propria scelta e poi liberati nel bosco. Avendo nulla da perdere, allo scadere del tempo David fugge dall’albergo riparandosi nel Bosco. Qui vivono i Solitari. All’addiaccio, uomini e donne lottano contro lo strapotere della coppia. Qui l’uomo troverà l’amore. Peccato sia un sentimento non ammesso tra i dissidenti.

Nella vita di ogni cinefilo che si rispetti c’è sempre un momento in cui abbandonare visioni cinematografiche ambientate nel presente per entrare in contatto con gli abitanti del futuro. A volte l’incontro è cordiale, altre non lo è affatto. Tuttavia basta un approccio accattivante, buono o cattivo, per intrappolare lo spettatore in una spirale senza fondo. The Lobster di Yorgos Lanthimos rientra in questa categoria. Come definire il film? Difficile. Una parte dell’opera può essere assimilata al Gattaca di Andrew Niccol. Entrambi i film sono ambientati in una società alla ricerca della perfezione che stabilisce codici ben precisi. Da un lato The Lobster può essere considerato una commedia romantica, dall’altro un film condito di humor nero che rapido lascia posto a un gelido realismo. Si ride spesso davanti all’analisi della coppia e delle relazioni rappresentata dal regista greco.

Nonostante sia fittizia, la società descritta dall’autore pone le sue fondamenta su una visione dell’amore e dei suoi affanni simile per molti versi a quella del tempo presente. Che cosa siamo disposti a fare per non morire in solitudine? Su questo si interroga The Lobster. Lanthimos prova un piacere sarcastico nel mostrarci quanto i mezzi per raggiungere lo scopo siano goffi e maldestri. Perfino sleali. Il più patetico, il più solitario tra gli uomini: può quest’uomo risentito verso il mondo non concepire che la felicità gli sia dovuta? Armato di disperazione, si preparerà a qualsiasi sacrificio per non per non oltrepassare da solo la soglia della vita eterna. Scontri e corteggiamenti hanno luogo attraverso una messa in scena virtuosa e ispirata. Al di là del casting, il film affascina per una sceneggiatura precisa come una trappola con la quale il giovane regista sviluppa il suo soggetto. Divertente, crudele, violento, di squisito sadismo. Colin Farrell, in stato di grazia e ingrassato otto chili per meglio calarsi nel suo personaggio, si muove per gli spazi e vive di vita vera il suo ruolo da perdente. A tratti, a osservarlo, sembra di trovarsi innanzi a un personaggio scaturito dalla fantasia dei Coen. Un’esperienza rara, tale da mandar fuori strada più d’uno spettatore: Lanthimos non è un cineasta tradizionale, gode nel mettere a disagio la platea. Sa bene che una volta che la vernice si crepa d’assurdo non c’è via di scampo.

Chiara Roggino

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