The Walk. Un cammino dalla doppia anima per il film più politico di Zemeckis

Robert Zemeckis decide di mettersi in gioco con una storia vera. Ma facciamo un passo indietro. È il 2008 quando il regista James March (La teoria del tutto) realizza il documentario Man on Wire. Il film racconta l’impresa del funambolo Philippe Petit che nel 1974 camminò in equilibrio su un cavo metallico teso tra le Torri Gemelle del World Trade Center. Passa qualche anno e il testimone passa a Robert Zemeckis per un film di finzione proiettato su grande schermo. Et voilà, ecco animarsi per la seconda volta la storia del funambolo francese. The Walk riunisce un cast cui fa capo Joseph Gordon-Levitt. Le aspettative si impennano verso l’alto. Tuttavia la pellicola è soltanto discreta, lungi dal soddisfare il palato di chi, con Man on Wire, aveva avuto l’occasione di toccare quasi con mano l’arte funanbolica di Petit. In vero la traversata finale, da una torre all’altra, è fantastica e vale da sola il prezzo del biglietto. Zemeckis ci trasporta in un mondo altro in cui ci si batte per la bellezza di un gesto. I piani si accavallano l’un l’altro con precisione maniacale, la messa in scena ci catapulta sul filo a guardare in basso, l’adrenalina sale a mile mentre la telecamera vola, gira, si immerge. Nessuna memoria di cinefilo può ricordare di aver provato vertigini in maniera così vivida. Mai il 3D ha avuto migliore applicazione. La tensione tocca l’apice per la durata di quindici minuti. Troppo pochi, considerando il film nella sua interezza (100′).

The Walk è in tutto e per tutto un film politico. Le Torri del Word Trade Center, oggetto dell’attentato che cambiò le sorti del mondo, ora sono polvere. È questo che racconta il film: un’epoca di incoscienza abbattuta dall’orrore dell’Undici settembre. L’idea è buona, peccato che il regista azzardi decisioni avventate, in prevalenza mal riuscite. A cominciare dalla scelta poco felice di mantenere la voice over del protagonista per tutta la durata. Una decisione difficile da spiegare, che non contribuisce al tutto filmico infastidendo lo spettatore. Un’unica spiegazione: Zemeckis sceglie di presentare la storia di Philippe Petit alla maniera di un racconto, una fiaba che rasenta il sogno. Un’impronta per autografare il film, una scelta che garantì il successo di Forrest Gump. Tuttavia su un terreno differente, l’approccio ha il potere di smorzare la tensione indebolendo l’impatto dei colpi di scena. Non che tutto ciò che precede la traversata sia noioso, sarebbe falso, ma la prima metà, prima del viaggio a New York, è indubbiamente poco convincente. The Walk confronta due mondi, il prima e il dopo, il passato e il futuro, l’Europa e gli Stati Uniti, il film artigianale e il blockbuster: sceglie il meglio di ogni cosa per farsi oggetto ibrido, lungi dagli standard hollywoodiani. Il più grande errore di Zemeckis è la scelta dell’attore protagonista, Joseph Gordon-Levitt. Il giovane si impegna in una recitazione asettica alternata a smorfie fastidiose e inopportune. Chi ha assistito a un’intervista di Philippe Petit sa riconoscerlo per un quello che è: un uomo estremamente arguto, intelligente, appassionato, autoironico, innamorato della vita.

Chiara Roggino

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