“LA LEGGE DEL MERCATO” O COME SOPRAVVIVERE (CON DIGNITA’) ALLA RICERCA DI UN LAVORO

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Inutile dire che “La legge del mercato” è un titolo squisitamente politico, non fosse altro perché, come spiega il regista francese Stéphane Brizé, «riguarda l’organizzazione della società, la tragedia umana che si porta dietro la perdita del lavoro, il dilemma etico tra un posto in un sistema spietato e il ritorno a una vita instabile». Per questo film, piccolo e girato in economia, a luce naturale, con attori non professionisti, Vincent Lindon s’è aggiudicato a Cannes 2015 il premio come miglior attore protagonista. Meritato, perché Lindon, in gioventù caro alle riviste di gossip per essere stato il fidanzato di Carolina di Monaco, negli anni è diventato un interprete maturo, eclettico, di forte espressività, ma capace all’occorrenza di saper far ridere (ricordate “La crisi!” di Coline Serreau?).
Qui, certo, c’è poco da ridere. Siamo tra Ken Loach e i fratelli Dardenne, tra “I lunedì al sole” di Fernando León de Aranoa e “La bella vita” di Paolo Virzì. Anche se Brizé opta per un tono quasi documentaristico, livido, senza musica e con cinepresa fissa, montaggio essenziale, a scansare qualsiasi sospetto di artificio estetico, di concitazione drammatica con svolta a effetto.
Basterebbe osservare il viso del protagonista, l’operaio 51enne Thierry Taugourdeau, disoccupato da una ventina di mesi (l’azienda ha delocalizzato e licenziato), prossimo a ritrovarsi con un sussidio di 500 euro al mese. Thierry ha una moglie affettuosa e un figlio con serio deficit mentale, il che comporta spese aggiuntive per la scuola differenziata. Per non soccombere, ha bisogno di mettersi alle spalle la chiusura della fabbrica, la vertenza sindacale, i litigi con gli ex compagni di reparto, di darsi da fare per trovare una nuova occupazione. Pare facile. Rassegnato e rabbioso insieme, ma capace di contenere il furore che lo fa sanguinare dentro, l’uomo incarna una condizione universale, non solo francese, sintetizzabile nella domanda: fino a che punto siamo pronti a farci umiliare nella ricerca di un lavoro?
“La legge del mercato” fotografa l’esistenza quotidiana di Thierry, indugiando ogni volta un po’ più del necessario, rispetto a una grammatica cinematografica classica, su dettagli, oggetti, situazioni, visi, abiti, come a chiedere allo spettatore un supplemento di attenzione. Tra corsi professionali inutili e chiacchiere senza costrutto all’ufficio di collocamento, l’operaio prova a reagire, ad essere un bravo marito e padre, disposto perfino a prendere lezioni di ballo con la moglie per non avvilirsi. Un delicato colloquio di lavoro via Skype si traduce in un niente di fatto, mentre la consulente bancaria gli consiglia di vendere la casa dove vive e di stipulare un’assicurazione nel caso morisse. Neanche la cessione di una “mobile house” vicina al mare, acquistata quando c’era lo stipendio fisso, va in porto, per poche centinaia di euro.
Per fortuna lo assumono come addetto alla sicurezza in un ipermercato. Sembra fatta, e in effetti Thierry recupera fiducia in se stesso, un senso di prospettiva; se non fosse che, dai monitor messi ovunque, deve controllare non solo i clienti che rubano ma anche il personale da licenziare al primo errore.
Vincent Lindon, baffi e basettoni, uno sguardo pesto, la pazienza di chi deve accettare anche lezioni su voce e postura per piacere ai colloqui di lavoro, si cuce addosso il personaggio, e certo il film non esisterebbe senza la sua prova così misurata, ulcerata, rifinita. Diviso per lunghe sequenze, e ce ne sono di aspro realismo, come “l’interrogatorio” del pensionato beccato per essersi messo in tasca due confezioni di carne, “La legge del mercato” non è un film agréable, rassicurante, ma neppure così deprimente: ci dice che il lavoro, purtroppo, è diventato un lusso condizionato da regole disumane; ma anche che, forse, vale la pena di porre un argine all’abuso del potere, all’esercizio dell’ipocrisia travestita da concordia aziendale.
Meglio vedere, se capita, la versione originale con i sottotitoli. In quella doppiata, nelle sale da giovedì 29 ottobre, Lindon parla con la voce potente di Francesco Pannofino.

Michele Anselmi

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