Spectre. 007 non vive, ma non si lascia neanche morire

The Dead are Alive, questo l’esergo che dà la genesi alla prima macro-sequenza del film, ambientata in un Messico folkloristico del giorno dei morti, in cui maschere dalla fattezza di scheletri sfilano lungo le vie principali. Tocca ad un dinamico ed adrenalinico piano sequenza gettare lo spettatore nell’universo cromaticamente saturo del lungometraggio (fotografato da Hoyte Van Hoytema e girato su pellicola 35mm Kodak, quasi una dichiarazione d’intenti). La macchina da presa si muove in un ambiente scenografico composito con un movimento fluido: segue una donna e un uomo che camminano insieme e si dirigono in un hotel. Prendono l’ascensore ed entrano in una camera. L’uomo si toglie la maschera che indossa e lascia spazio al corpo di James Bond. La riemersione dell’immagine iconica passata e il recupero del suo corpo avviene tramite lo svelamento di un elemento di mediazione, la maschera, diaframma che aveva ridotto l’agente 007 ad un’ombra, a un fantasma. All’essenza dello stesso cinema. La donna, inconsapevole di essere un mero (ulteriore) strumento tra le mani di Bond, attende qualcosa che non arriverà mai. L’agente segreto non ha tempo da perdere, si reca sul balcone della camera e, dopo una serie di sparatorie e di inseguimenti, riesce ad uccidere Marco Sciarra, pedina che lo condurrà allo Spectre, organizzazione criminale che chiama in causa una serie di eventi passati.
Stacco. Sigla, sottofondo di Writing’s on the Wall di Sam Smith: Sam Smith non è Adele e Writing’s on the Wall non è Skyfall. Ma poco male. Il ritmo è teso e dopo una serie di interessanti dialoghi sullo spettro della perdita della privacy, di un nemico invisibile contro cui combattere (senza andare troppo indietro, ricordate Blackhat di Michael Mann?) e della nanotecnologia genetica, Bond arriva a Roma. Ed eccolo muoversi a velocità sostenuta ma non troppo (eh sì, le buche romane fanno oscillare la mitica Aston Martin con le leve in vecchio stile) e imbucarsi ad una riunione segreta dello Spectre in cui, appunto, i morti tornano in vita. Il tempo sufficiente per essere scoperto ed inseguito dallo scagnozzo di questo episodio, interpretato da Dave Bautista. Aggressivo, massiccio ma rapido, Bautista animerà le migliori sequenze di lotta del film: meraviglioso l’arrivo in Vaticano sotto le luci soffuse di Via della Conciliazione e l’inseguimento sul Lungotevere.
E i primi 40 minuti circa sono stati archiviati, al ritmo teso e veloce di un treno che, prima di scovare il proprio futuro, deve necessariamente volgere indietro il proprio sguardo. Sarà proprio su un treno, una specie di Orient Express diretto nel deserto, che Bond riuscirà a crescere e ad abbandonare il proprio Edipo, superando il trauma della morte di M. Torna ancora una volta lo spazio del deserto, dimensione liminale associata al problema dell’identità e della soggettività. Peccato che il ritmo dell’operazione nostalgia si blocchi e precipiti tra le grinfie di Franz Oberhauser (interpretato da un dimenticabile Christoph Waltz), lui sì, vero morto che cammina. Incolore e sottotono, il villain, questa volta, non lascia minimamente il segno. Colpa di una scrittura che costruisce un personaggio monodimensionale e che riduce problemi e manie ad un episodio della sua adolescenza.
Sta di fatto che l’ingresso in scena di Oberhauser coincide con uno sfilacciamento della narrazione. L’egida di Spectre è insufficiente per proteggere e condurre a sé i lunghi e giganteschi tentacoli dei precedenti episodi che rischiano di avvilupparla e stritolarla. Lo spettatore inesperto ne risente e rischia di perdersi tra le vie di una Tangeri che avevamo visto più affascinante in altre occasioni e all’interno di un palazzo che, esplodendo, rischia di far deflagrare l’intero tessuto narrativo del lungometraggio. Eccessive risultano essere le digressioni, più espedienti virtuosistici per nerd che elementi necessari allo sviluppo del plot.
Insomma, cosa resta di questo secondo episodio della probabile trilogia diretta da Sam Mendes? Le affascinanti scene d’azione, fluide come i balli sensuali dell’iniziale giorno dei morti, le luci soffuse e giallognole che gettano ulteriore inquietudine sulla destrutturazione di questo eroe giunto, probabilmente, al suo crepuscolo. E la crescita di un personaggio che si trova a diventare adulto, a superare il proprio trauma edipico e a trovare, dentro se stesso, la forza per andare avanti. Che, in fondo, è un po’ la stessa cosa che accade al film, fantasma che vive dei propri ricordi.

Matteo Marescalco

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