AURELIO GRIMALDI RICORDA IL SUO CONTESTATO “NEROLIO”: NON HA PIU’ SENSO FARE FILM SULLA MORTE DI PASOLINI

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per il Secolo XIX

Aurelio Grimaldi, regista palermitano, classe 1958, non ha dubbi. «Continuare a fare film sulla morte di Pier Paolo Pasolini non ha senso. Sono passati quarant’anni, gli amici o sono morti o si dedicano ad altro. Fa comodo a noi intellettuali rubricare questa cosa tra i misteri italiani. Tanto è vero che il processo non è mai stato riaperto. Che Pasolini sia morto per questo o quel motivo di certo non interessa agli spettatori».
Eppure è pronto un film di David Grieco, intitolato “La macchinazione”, con Massimo Ranieri nel ruolo dello scrittore/cineasta ucciso nella notte tra il 1° e il 2 novembre 1975; l’anno scorso andò a Venezia “Pasolini” di Abel Ferrara, con Willem Dafoe. Non che Grimaldi, autore di film apprezzati ai festival come “La discesa di Aclà a Floristella” e “Le buttane”, si sia astenuto. Nel 1996, mentre Marco Tullio Giordana presentava a Venezia “Pasolini, un delitto italiano”, portò a Locarno tra vivaci polemiche il suo “Nerolio” in bianco e nero, che si chiudeva appunto con i truci fatti dell’Idroscalo di Ostia; e nel 2003 fece il bis con “Un mondo d’amore”, stavolta per rievocare le giovanili accuse di atti osceni in luogo pubblico e corruzione di minori patite dal poeta a Casarsa.

d. Tutti insuccessi commerciali. Ma allora per chi si fanno questi film?

r. «Si fanno perché la morte di Pasolini, appunto, resta un fantasma per gli intellettuali, ci sentiamo in colpa. Vale anche per l’uccisione di Moro. Dobbiamo sempre riaprire il discorso, è un’esigenza psicologica ancor prima che processuale. Detto questo…».

d. Detto questo?

r. «Nel film di Ferrara tutto sembrava finto, a partire dai pantaloni a zampa di elefante e dai giubbetti di pelle. Quanto a “La macchinazione” di Grieco sono curioso ma spaventato: lo stimo, ma so che l’asticella è alta, il tempo ha addolcito le cose, forse bisogna voltare pagina e accettare che Pasolini morì ucciso da Pelosi, non all’interno di un complotto per spegnere la sua voce poetica».

d. Una tesi che non piacerà alle cosiddette vedove di Pasolini…

r. «Ma guardi. Fu complotto o ci piace pensare che fu complotto? Dobbiamo distinguere il fatto criminale dalla costruzione creativa. S’è detto: Pasolini era un 53enne forte, atletico, non si sarebbe mai fatto sopraffare da un ragazzo di 17 anni. Resta il fatto che la sua morte rappresenta una cesura per la cultura italiana. Volendo, fu una morte opera d’arte, che chiude in modo sconvolgente e ammirabile l’esistenza di un artista, consegnandolo all’eternità».

d. C’è una battuta divertente in “Scialla!” di Francesco Bruni, è quando il giovane boss criminale e acculturato dice al suo ex insegnante: «Professore, quanto ci manca Pasolini…».

r. «Sì, fa sorridere. Io credo che Pasolini vada diviso tra l’artista e l’intellettuale. Ed è questo secondo che ci manca, forse, per certe sue illuminazioni polemiche. L’artista invece, dal punto di vista poetico e romanzesco, mi pare limitato. Non il cineasta: i suoi film reggono bene all’usura del tempo, specie i primi e l’ultimo».

d. E il suo “Nerolio” regge bene a rivederlo oggi?

r. «Me ne dissero di tutti i colori, non venne preso a Venezia, fu vietato ai minori di 18 anni per il linguaggio e le situazioni, benché non si vedesse neanche un organo genitale maschile, nessuno voleva distribuirlo, uscì due anni dopo, nel 1998, non fece una lira. È andata così».

d. Qual era l’accusa principale?

r. «Stiamo parlando di quasi vent’anni fa. A quel tempo era fondamentale escludere, con furia e rabbia, il fatto che Pasolini fosse morto solo in seguito a un rapporto omosessuale finito male. Era un modo per onorarlo. Invece io dicevo il contrario: l’amore di Pasolini per quei ragazzi era di natura erotica ma non solo. Quelle notti brave erano una sorta di benzina ispirativa, gli servivano per andare avanti e creare».

d. Risultato?

r. «Una certa intellighenzia lo prese molto male. Ma non faccio la vittima, capisco pure. I critici lo stroncarono a Locarno. Laura Betti si rifiutò di vederlo parlando di un mio colpo di sole, Vincenzo Cerami lo vide per Venezia ma si sottrasse a ogni discussione, Sergio Citti mi tolse il saluto, Marco Tullio Giordana non apprezzò».

d. Si spiega il perché di tanta ostilità?

r. «Era un film centrato sulla vita privata di Pasolini. Diviso in tre episodi. Nel primo, ispirato a “Il pratone del Casilino”, immaginavo il poeta a Siracusa che di notte fa sesso con un gruppo di ragazzi. Il secondo,
inventato, descrive un rapporto brusco tra Pasolini e un ragazzo borghese che lo venera. Il terzo racconta la sua morte, senza timore di abbracciare la versione di Pelosi».

d. Strana però l’idea di costruire “un atto d’amore” nei confronti di
Pasolini rappresentandolo come irascibile e sprezzante, in crisi, dedito solo a una promiscuità sessuale che lo avrebbe portato alla nota fine…

r. «Sapevo che avrebbe disturbato, affrontavo aspetti privati di un personaggio pubblico, facendo opera di finzione, non documentaristica. Mi sembrava di aver fatto un film pasoliniano, non “carino”, forse sgradevole, ma lacerante, duro, onesto».

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