MUCCINO VS PASOLINI: “ERA UN NON REGISTA” (E LO RIEMPIONO DI INSULTI SU FACEBOOK)

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per il Secolo XIX

Ancora si meraviglia Gabriele Muccino? Prima, nei giorni in cui si celebra il 40esimo anniversario della morte violenta di Pasolini in una cornice di accettabile retorica, esprime su Facebook giudizi legittimi, ma poco lusinghieri, sulla densità artistica del cinema di PPP. Poi, sopraffatto dagli insulti ricevuti per la sortita, chiude il profilo e grida allo squadrismo culturale. In effetti l’uomo è fumantino, irrequieto, irritabile, ogni tanto si fa trascinare in polemiche futili, anche inutili: come quando accusò il fratello Silvio, via web, d’essere stato plagiato da una scrittrice o derubricò il David di Donatello, che pure lo premiava, a «pagliacciata lobbistica», a cerimonia cialtronesca dove «volano più coltelli che in macelleria».
Ieri, di prima mattina, è toccato al regista del “Vangelo secondo Matteo”. Così: «Per quanto io ami Pasolini pensatore, giornalista e scrittore, ho sempre ritenuto che Pasolini regista fosse fuori posto, anzi, semplicemente un “non regista” che usava la macchina da presa in modo amatoriale, senza stile, senza un punto di vista meramente cinematografico sulle cose che raccontava…». Si può discutere, ma è un’opinione, neanche così «impopolare» o addirittura «blasfema» come adombra il regista 48enne di “Padri e figlie”. Ne consegue: «In quegli anni Pasolini aprì involontariamente le porte all’illusione che il regista fosse una figura e un ruolo accessibile a chiunque, intercambiabile o addirittura improvvisabile…».
Le parole sono meditate, corrette, ma il giudizio certo è duro, inappellabile. Del resto, Muccino aveva voglia di dirle quelle cose, proprio ora che si riparla dappertutto di Pasolini. Però avrebbe dovuto incassare le prevedibili insolenze senza pigliarsela tanto. Invece no. Scrive in un secondo post: «Voi siete entrati con le scarpe infangate in casa mia senza avere neanche avuto la premura di togliervele o di lasciare una decente pulizia alle vostre spalle. Ora basta, chiudo questa parentesi penosa di fascismo applicato. Domani olio di ricino a colazione e il mio peccato verrà purificato!».

Olio di ricino, fascismo, purificazione? L’esagerazione è cinematografica per definizione. Poi, nel merito, ogni parere è lecito. Si infuria Ninetto Davoli, l’attore-feticcio di Pasolini: «Muccino spara un sacco di stupidaggini. Pier Paolo usava volutamente la macchina da presa in quel modo per essere il più veritiero e realistico possibile. C’era immensa consapevolezza in quello che faceva da regista sul set». E ancora: «Ma come si fa a dividere Pasolini in regista, scrittore, poeta? Era un unicum. Sapeva fare tutto, dal poco faceva uscire tantissimo. Se Muccino, che è un regista, non lo capisce, allora siamo messi bene. Avevo una piccola stima per lui, ora si è “ammosciata” completamente».

Più sfumata l’opinione di Carlo Verdone. «Ognuno dicesse quello che vuole. Gabriele, del resto, non è l’unico a pensarla così. Illustri registi e direttori della fotografia, di cui non farò i nomi, detestavano il cinema di Pasolini. Io però non sono d’accordo». Ci spieghi. «Il suo cinema era forse grezzo, e dico forse, ma pieno di anima. Mi piaceva quel suo modo rude di girare, senza funambolismi, solenne, per alcuni non elegante, di sicuro così peculiare, tanto è vero che lo celebriamo ancora oggi. Non aveva il feticcio dell’inquadratura: e allora?».

Verdone non la vede come Muccino su Pasolini cineasta, ma gli riconosce, s’intende, il diritto di avere un’opinione anche fortemente critica. Sorprende semmai, ripetiamo, che Muccino si senta così sotto tiro. «È ancora un nostro diritto dire cosa pensiamo? A quanto pare no. Meglio dare del mediocre, dell’arrogante, della nullità, una sassaiola da vandalismo intellettuale contro colui che ha osato dire che forse la Terra non era al centro dell’Universo. Non mi scalfisce ciò che leggo, ma il giudizio che esce fuori con tanta rabbia e violenza». Magari il riferimento a Galileo è un tantino fuori luogo. I social sono fatti così, inutile appellarsi alle buone maniere, al Galateo comunicativo.

A tarda ora, Paolo Virzì scandisce per sms: «Leggo solo adesso che Muccino ha ricevuto una pioggia di contumelie. Gabriele ha tutto il diritto di non apprezzare i film di Pasolini, non c’è nessun reato di lesa maestà, ed è fastidiosa la reazione aggressiva che ha suscitato. Detto questo, io mi guardo e riguardo “Accattone”, “Mamma Roma” e “Il Vangelo secondo Matteo”».

Anche Pupi Avati, che fu collaboratore stretto di Pasolini sul set di “Salò o le 120 giornate di Sodoma”, distingue. «Credo che ognuno abbia il diritto di esprimere un’opinione nei confronti di chiunque. Io, ad esempio, continuo a nutrire riserve verso il cinema di Antonioni e di Visconti. Non ci sono intoccabili, siamo in un Paese libero, no?». Differisce dal pensiero mucciniano il giudizio su Pasolini cineasta: «Ha praticato il cinema con una forza poetica totale, che travalica gli aspetti tecnici ed estetici del cinema. Mi creda: Pasolini non va analizzato in quanto regista più o meno dotato di una capacità di sintassi. “Accattone” è un capolavoro così elevato, universale, da restare indiscutibile». E tuttavia… «Condivido quanto suggerisce Gabriele, forse oggi un po’ amareggiato. Soprattutto in quegli anni ci furono tanti esordi mediocri, improvvisati, dalla sera alla mattina. Il mio incluso. Fu una sorta, diciamo, di riflesso sessantottino».

Michele Anselmi

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