“GLI ULTIMI SARANNO ULTIMI”, LA COMMEDIA SI FA SERIA MA NON CONVINCE

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

È un pensiero gentile battezzare di cognome Zanzotto uno dei personaggi del film, un poliziotto veneto spedito lontano da casa per punizione. Andrea Zanzotto era il poeta preferito di Carlo Mazzacurati, il regista scomparso al quale Massimiliano Bruno sembra un po’ guardare, per atmosfera e tonalità, nell’impaginare “Gli ultimi saranno ultimi”, commedia agra che porta sul grande schermo, facendogli “prendere aria”, l’omonimo spettacolo teatrale scritto da Paola Cortellesi insieme allo stesso Bruno.
In scena l’attrice interpretava tutti i ruoli; al cinema non è possibile, sicché Cortellesi si cuce addosso il personaggio di Luciana Colacci, operaia laziale che vive dalle parti di Anguillara Sabazia e ambisce, per dirla con l’attrice, «al minimo desiderio garantito». La trentenne è una donna onesta, operosa, senza grilli per la testa. Lavora da anni in una fabbrica di parrucche, la Greenlife, confidando sul rinnovo del contratto a termine; il marito Stefano è un ex meccanico lavativo sempre alle prese con affari improbabili, ma è bello, simpatico e avvolgente; la vita in riva al lago di Bracciano, per quanto “insidiata” dalle onde elettromagnetiche prodotte dalle enormi antenne di Radio Vaticana con esiti buffi e forse rischiosi, scorre serena, senza troppe privazioni.
Quando lei si scopre incinta, dopo molto averlo desiderato, è così felice da confessarlo a una collega di lavoro che è riuscita a far assumere. Invece sarà l’inizio di un incubo ad occhi aperti: licenziamento, debiti del marito, forse un tradimento, il rischio di perdere la casa… Fino a che punto riuscirà a sopportare prima di esplodere?
«Chi si fa pecora il lupo se lo mangia» è la frase chiave del film. Girato da Massimiliano Bruno con cinepresa a mano, spesso a luce naturale, con stile realistico, senza troppi orpelli (se non fosse per la musica invadente, a ogni attacco di scena), quasi a sancire un cambio di passo estetico rispetto ai tre precedenti. Il modello, più che il neorealismo duro dei fratelli Dardenne, sembrerebbe il cinema di commedia sociale alla Paolo Virzì, forse anche “La nostra vita” di Daniele Luchetti; solo che Bruno resta il regista di “Nessuno mi può giudicare”, Viva l’Italia” e “Confusi e felici”, per quanto provi a «cambiare pelle», ad alzare il tiro nel ritrarre l’Italia degli “ultimi”, quello sa fare. Ne esce un film ambizioso, pure serioso, ma di una drammaturgia poverella e un po’ artificiosa.
Del resto, che Bruno faccia sul serio, nonostante il rassicurante messaggio dei manifesti, si vede sin dall’incipit: due pistole pronte a sparare, parole concitate, gli occhi in primo piano, poi un colpo che echeggia. Segue lungo flashback per tornare, come di consueto, al punto di partenza e alla spiegazione del titolo, racchiusa in una battuta nel finalissimo: «Nostro Signore ha detto che gli ultimi saranno i primi… Ma non ha detto di preciso quando».
Non che la storia sia invecchiata. L’Italia sarà, forse, in moderata ripresa, ma le fabbriche continuano a chiudere e il precariato è pratica diffusa, umiliante per chi la patisce senza poter accampare un diritto che sia uno. Infatti Lucia, al manager che la invita a pensare solo al bambino che sta per nascere, tanto tutto si aggiusterà, replica disperata: «Non sono pazza, sono stanca». Insomma, il film è democratico, dalla parte appunto dei cosiddetti underdog, di quella piccola borghesia proletaria impoverita, che si affanna e tira la cinghia, pronta a tutto per arrotondare.
Il clima generale è asprigno, con qualche affondo colorito e comico per strappare il sorriso, anche se tutti sappiamo, per segnali sin troppo chiari disseminati nella tessitura del racconto, che si marcia verso la tragedia fonda o quasi. Salvo poi recuperare il lieto fine, così almeno parrebbe.
Paola Cortellesi, un po’ troppo truccata fino a quando non va fisicamente in pezzi, padroneggia la materia, e tuttavia rende la sua Lucianina un personaggio quasi programmatico, anche nella ribellione furente; Alessandro Gassmann è il marito fancazzista e fustone che tutte le donne del vicinato ammirano; Fabrizio Bentivoglio forse è il più bravo di tutti nel cesellare il poliziotto veneto e mammone, appunto Antonio Zanzotto, reduce da un errore mortale che costò la vita ad un collega e ora insicuro di tutto, imbranato, ipocritello, esposto ad ogni sfottò.
Interessante la scelta di girare a Nepi, papesca città della Tuscia cara ai pittori Turner e Corot, anche se i nepesini non saranno, a occhio, molto felici vedendo il film in sala dal 12 novembre: nella finzione la loro ridente cittadina diventa la vicina Anguillara…

Michele Anselmi

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