“IL SEGRETO DEI SUOI OCCHI” RIFATTO A HOLLYWOOD. MEGLIO NON AVER VISTO L’ORIGINALE (MA NON È COSI’ BRUTTO)

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Il remake di un film molto amato delude sempre. Anche se lo confezionano ad Hollywood con tutti i crismi e un cast carismatico. Non sembra far eccezione “Il segreto dei suoi occhi”: tanto piacque, non solo in Italia, l’originale dell’argentino Juan José Campanella (e infatti vinse l’Oscar come miglior film straniero nel 2010), quanto infastidisce il rifacimento americano di Billy Ray nelle sale dal 12 novembre. In molti l’hanno trovato verboso, superficiale, di scarso spessore emotivo, poco fedele all’originale nel clima e nell’ambientazione. E c’è del vero.
Ma è anche vero che, nel prendere in mano la materia, il regista americano, autore peraltro del pregevole “Captain Phillips” con Tom Hanks, non poteva far altro che reinventare la storia, trasportarla negli Stati Uniti, modificarne passaggi e personaggi, in modo da renderla credibile agli occhi del pubblico di lingua inglese.
Gli esempi sono infiniti, e di solito il remake, anche quando lo firma un regista coi fiocchi, mai restituisce i sapori dell’originale. Un esempio per tutti? “Uomini che odiano le donne”: la versione di David Fincher del 2012 è più sontuosa ma meno intensa di quella svedese di Niels Arden Oplev del 2009.
Nel caso del “Segreto dei suoi occhi” gioca, a svantaggio del rifacimento, un certo feticismo cinefilo misto a sincera ammirazione. Pur avendo girato serie poliziesche negli Usa e diretto due film a Hollywood, Campanella aveva deliberatamente preso le distanze, tornando in patria, da una certa costruzione drammaturgica all’americana, usando la cornice poliziesca come una cornice avvincente per parlare d’altro in un complicato andirivieni temporale. Da un lato, i fantasmi sanguinari della dittatura militare argentina; dall’altro, il rimpianto senile di un amore mai sbocciato.
Detto questo, se non s’è visto l’originale, “Il segreto dei suoi occhi” bis si lascia vedere volentieri: le modifiche introdotte hanno un senso, in buona misura sono funzionali alla riscrittura americana, soprattutto alla popolarità planetaria degli attori coinvolti in questa vicenda di Ossessione & Vendetta. E quindi eccoci trasportati nel dopo-11 Settembre. Un giovane informatore dell’Fbi, reclutato per infiltrarsi in una cellula di terroristi islamici, forse ha brutalmente violentato e ucciso la figlia ventenne della tosta detective Julia Roberts. La donna è devastata, come invecchiata di colpo. Il suo collega nero Chiwetel Ejifor non si dà pace: per questo dedicherà i successivi tredici anni a setacciare archivi e scandagliare tracce per arrivare all’identità del criminale. E intanto il procuratore capo Nicole Kidman, molto influente ma sposata infelicemente, deve fare i conti sia con la determinazione rabbiosa dell’investigatore sia con l’ulcerata desolazione della poliziotta.
Chi ha visto l’originale sa come va a finire: la rivelazione è scioccante, la redenzione impossibile, l’ossessione imperitura. Nella versione americana c’è una svolta catartica che alleggerisce, se possibile, il carico morale.
A suo modo è un “revenge movie” anche questo, ma pensoso e divagante, con affondi d’autore. Gli attori si impegnano molto, specie Julia Roberts, che si fa imbruttire come mai al cinema, forse pensando all’Oscar.

Michele Anselmi

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