COSì NEL 2010 IL REGISTA ARGENTINO CAMPANELLA PRESENTAVA “IL SEGRETO DEI SUOI OCCHI”

L’angolo di Michele Anselmi | dal Riformista del 5 giugno 2010

Ricordate la notte degli Oscar? Alla voce miglior film straniero sembrava che la partita si giocasse tutta tra il francese “Il profeta” e il tedesco “Il nastro bianco”. A sorpresa, invece, s’impose l’argentino “El secreto de sus ojos” di Juan José Campanella, e il giorno dopo molti di noi non seppero che cosa scrivere su l’outsider. In realtà, tanto outsider non era. Il suo film, un noir crepuscolare tra memoria e menzogna, era molto piaciuto alla giuria dell’Academy, tanto da risalire come “dark horse” nelle previsioni della vigilia; e può darsi che la lunga esperienza americana in campo televisivo (17 episodi di “Law & Order. Unità speciale”, 4 di “Dr. House”, solo per dirne alcuni) abbia aiutato un po’.
«Non saprei, può darsi», sorride il regista di passaggio a Roma, «ma di sicuro un film come “Il segreto dei suoi occhi” in America non si potrebbe mai fare». Il suo incubo hollywoodiano l’ha già vissuto con uno dei due film girati negli Usa. Non ne va troppo fiero. Tornato a vivere a Buenos Aires da otto anni, non esclude però di dirigere un film propostogli da una major: si chiama “Heck” (Inferno in gergo giovanile), una bizzarra storia di ragazzi e aldilà con riferimenti satirici alla “Divina Commedia”.
Di origini italiane come tanti argentini, Campanella è un cinquantenne gioviale e sorridente. Parla speditamente quattro lingue, inclusa la nostra, e si vede che l’Oscar non gli ha cambiato la vita. Proprio oggi esce in Francia il suo film, in Italia bisognerà attendere il 4 giugno (distribuisce Lucky Red). Naturalmente dici Argentina e pensi subito ai film sugli anni atroci e feroci del regime fascista di Videla. Se ne sono visti tanti, alcuni belli, altri meno. La fosca premonizione di quella terribile stagione risuona anche nel “Segreto dei suoi occhi”, ma in una maniera tutta speciale.
Spiega il regista: «La memoria mi affascina. Decisioni prese venti o trent’anni fa condizionano la nostra vita presente. Vale anche per la memoria di una nazione. Riesaminando la storia dell’Argentina, ho capito che l’orrore cominciò prima della dittatura militare». Nel film si parte dal 1999 per poi retrocedere al giugno 1974, in una Buenos Aires già incupita, percorsa da squadracce fasciste, nella “distrazione” complice dell’apparato statale.
In questo contesto una giovane e avvenente donna sposata, Liliana Colotto, è ritrovata morta: nuda, stuprata, uccisa a bastonate. Il funzionario del tribunale Benjamín Espósito si dedica alle indagini insieme al collega Pablo Sandoval e alla giovane segretaria Irene Menéndez Hastings, ma si capisce subito che la polizia non vuole fare chiarezza. Perché? Mentre il marito della vittima va in pezzi, un sospettato, tal Isidoro Goméz, viene fermato, torchiato, provocato. Non sembrano esserci dubbi, è lui il colpevole, e tuttavia viene rilasciato. Venticinque anni dopo, ormai in pensione, l’immalinconito e solitario Espósito è ancora segnato da quel caso mai risolto. Scrive un racconto, quasi per esorcizzare i propri fantasmi e riordinare le idee, lo fa leggere a Irene, oggi a capo del Tribunale, ieri donna che non ebbe il coraggio di amare. Nell’andirivieni temporale affiorano prove scartate, dettagli dimenticati, gesti mai fatti: nell’epilogo, simbolicamente incastrato tra le parole «Temo» (ho paura) e «Te amo» (ti amo), Espósito riuscirà a scoprire la verità su quel crimine e sul destino dell’assassino.
Dice Campanella: «Il noir è un po’ un pretesto, un vassoio sul quale servire la pietanza principale. C’è un colpevole da cercare, vero, ma i temi veri della storia sono altri: un amore mai dichiarato, la frustrazione e il vuoto percepito dai personaggi, l’alitare della violenza politica». Il regista aggiunge: «Molti argentini nati dopo il 1980 pensano che Videla e i suoi generali siano scesi da una sorta di disco volante il 24 marzo 1976. Ma il terrorismo di Stato cominciò prima, in modo strisciante, senza molti di noi se ne rendessero conto». Evocando paragoni un po’ arrischiati, Campanella sostiene che «fenomeni dittatoriali si manifestano lentamente anche nei Paesi democratici, e non mi riferisco solo all’America di Bush, lo avverto spesso anche viaggiando qui in Europa». Sarà contenta Sabina Guzzanti.
Microstoria e macrostoria si fondono bene, però, in questo film amaro, suggestivo, tra rifrangenze metaforiche e improvvisi squarci di turpitudine. «Alla fine i demoni tornano sempre a visitarci. Puoi provare a scappare dal passato, nasconderti nell’anonimato, nella codardia, ma arriva sempre il momento della resa dei conti», teorizza il regista. E se gli si chiede quale attore italiano avrebbe potuto incarnare, al posto di Ricardo Darín, il meditabondo protagonista, risponde: «Non c’è più. Ma Nino Manfredi sarebbe stato perfetto».

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