MUORE MOIRA ORFEI, ICONA POP, REGINA DEL CIRCO E ATTRICE SPIRITOSA

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per il Secolo XIX

A suo modo una “icona pop”. Come Raffaella Carrà o Sophia Loren. Simpatica nell’esibire l’accento bolognese, benché nata a Codroipo in provincia di Udine da una famiglia di origini “sinti”, e in fondo unica nel cosiddetto look: trucco marcato con occhi cerchiati dall’eyeliner, rossetto brillante, sopracciglia disegnate, il neo accentuato sopra il labbro, soprattutto quei capelli corvini raccolti a mo’ di turbante, in gergo “cofana” o anche “panettone” (l’adottò molti anni dopo anche Amy Winehouse). Se ne va a 83 anni Moira Orfei, al secolo Miranda, regina dei circensi e non solo: certo cavallerizza, trapezista, acrobata di successo; ma anche attrice, imprenditrice, cantante, commentatrice di costume, insomma personaggio molto amato dagli italiani per via di quella bonomia saggia e spiritosa.
«Non sono l’oste che dice che il suo vino è buono. Però il mio spettacolo è il migliore d’Europa» giurava in un’intervista tv di pochi anni fa, quando ancora il suo Circo Orfei, pilotato insieme al marito Walter Nones e ai figli Stefano e Lara, faceva due show al giorno, col tutto esaurito o quasi. È morta a Brescia, nella sua famosa “casa mobile”, a un passo dal tendone e dai suoi amati animali. «Moira Orfei ci lascia in serenità e circondata dall’amore dei familiari, in questa mattina di novembre» recita un comunicato diffuso dai parenti. Era figlia d’arte, cugina di Nando Orfei e nata dall’unione tra Riccardo Orfei, il celebre clown Bigolon, e Violetta Arata, anch’ella del ramo.

Non sorprende che la signora piacesse a tutti: ai bambini e agli anziani, alle donne e agli uomini. Pure la comunità omosessuale custodiva una predilezione per lei, infatti nel 2004 ricevette il premio “Versilia Friendly” dedicato al personaggio gay dell’anno. Di sicuro un regista bizzarro come l’americano John Waters, specializzato in “Drag Queen” e dintorni, sarebbe impazzito per una così.

Del resto, fare il cinema le veniva naturale. Una quarantina di titoli conta il suo medagliere, partendo da “Gli amori di Ercole” del 1960 per arrivare a “Natale in India” del 2003, film spesso dimenticabili, nei quali però, ancorché doppiata, portava un’esuberanza genuina, una femminilità prorompente, da maggiorata pensante. Pare sia stato Dino De Laurentiis a consigliarle, già nel 1960, durante le riprese di “Sotto dieci bandiere”, di puntare su quell’immagine esagerata, oggi diremmo kitsch. «Moira resta così, le donne che cambiano spesso look non hanno personalità» raccomandò il produttore napoletano. Lei gli diede retta, eternandosi anche con una bella dose di autoironia. Tuttavia la signora era già famosa, desiderata, celebrata. Esiste una formidabile foto di Mario De Biasi, ospitata anche al Guggenheim di New York per la mostra “The Italian Metamorphosis”, che la ritrae di spalle, in un attillato abito bianco da “maggiorata”, mentre sculetta sui tacchi sotto gli occhi ammirati dei passanti. Era il 1953.
Un decennio dopo, prestata al cinema, si trovò a recitare accanto ad attori del calibro di Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Richard Harris. A corteggiarla più degli altri fu però Totò, alquanto turbato da quella “femmenona”. In “Totò e Cleopatra” il comico la definisce «una moglie a due piazze», per via del fisico burroso, e lei sta al gioco, duettando allegramente col mattatore. Molte stagioni dopo, intervistata per i suoi 80 anni, confesserà: «Totò si era proprio innamorato di me. Un giorno mi disse: “Se vieni sul letto con me, io ti accarezzo solo, non ti faccio niente, però ti regalo un appartamento”». Lei, per trarsi d’impaccio e non offenderlo, replicò: «Guardi, principe, se non fossi così tanto innamorata di mio marito verrei subito con lei…».
L’episodio fotografa bene il carattere schietto e gentile della domatrice (e anche un po’ dominatrice) Moira Orfei. Magari, se avesse dato retta a Pietro Germi che dopo “Signore & signori” le consigliò di studiare dizione, sarebbe diventata un’attrice versatile, professionista; ma poi avrebbe dovuto abbandonare il circo, che invece è rimasto fino alla fine la sua unica, totalizzante, fremente passione.

Michele Anselmi

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