“IN FONDO AL BOSCO” OGNI DIAVOLO NASCONDE QUALCOSA SOTTO LA MASCHERA

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

In fondo al bosco, per definizione, accadono cose turpi. Che rimandano nella tradizione popolare a riti ancestrali, credenze magiche, satanismi e stregonerie. Figuratevi cosa può succedere in un film, tanto più se lo spunto è fornito dalla festa dei Krampus, che avviene davvero il 5 dicembre di ogni anno dalle parti della Val di Fassa in Trentino. Travestiti da diavoli, con tanto di maschere spaventose, corna ricurve e pelli animalesche, giovani montanari sfilano in una sorta di baccanale carnascialesco, fino all’alba, innaffiato da grappa e vini forti. S’intende che uno dei falsi satanassi sarebbe vero, così almeno vuole la leggenda, il problema sta nel riconoscerlo: e da qui è partito il 32enne regista esordiente Stefano Lodovichi per girare il suo “In fondo al bosco”.
Trattasi di thriller inconsueto per gli standard italiani, anche una piccola sfida per vedere l’effetto che fa: Sky Cinema, che produce insieme alla One More Pictures di Manuela Cacciamani, ha deciso infatti di farlo uscire nelle sale in collaborazione con Notorius. Giovedì 19 novembre, in una novantina di copie, e c’è da augurarsi che il nuovo “Hunger Games” non se lo mangi in un boccone. Perché “In fondo al bosco” custodisce una sua cifra personale, anche un’idea di marketing legato ai nuovi gusti giovanili mutuati dalla serialità tv: il thriller come gancio spettacolare per evocare oscure tragedie familiari, ricorsi del destino, derive antropologiche, menzogne e pregiudizi, sesso e demenza. E cosa c’è di meglio di un borgo dolomitico, visto come una società chiusa paradossalmente murata viva dentro quei panorami mozzafiato, per evocare la natura maligna dell’uomo?
La storia è presto detta, e si farebbe un torto allo spettatore nel dilungarsi troppo, vista la schidionata di finali e contro finali, colpi di scena e tracce spiazzanti che il film mette in campo, tra sibili ventosi, cime tempestose e musiche demoniache spalmate ad alto volume. A proposito: quando capiranno i nostri registi che il silenzio è una virtù al cinema, che non c’è bisogno di “rinforzare” ogni scena con un commento musicale? Ma torniamo alla vicenda, che inclina alla tragedia sin dalla prima sequenza. I “diavoli” fanno festa, sbronzandosi allegramente, e intanto il piccolo Tommi sfugge al controllo del padre alcolista perdendosi nel bosco. Del piccolo nessuna traccia. La famiglia Conci va in pezzi: Manuel accusato ingiustamente e messo all’indice dalla comunità, la moglie Linda reduce da un tentativo di suicidio, disperata e sfiorita, se non fosse per una malinconica tresca con uno sbirro locale. Finché, cinque anni dopo, Tommi non viene ritrovato a Napoli, sporco e denutrito. Il Dna conferma che è proprio lui, il bambino scomparso, forse rapito. Ma qualcosa non torna. La madre si dispera: «Non ha il suo odore, il suo sguardo, nemmeno il cane lo riconosce». Il nonno è ancor più sospettoso. Solo il padre, liberatosi dai demoni dell’alcol, prova a ristabilire un rapporto. Mentre alla locanda del paesello c’è chi sa molto più di quel che dice…
Tetri fatti di cronaca nera occhieggiano dietro la finzione cine-romanzesca, anche se “In fondo al bosco” aspira a un linguaggio più alto, metaforico. Non a caso il regista, pur avendo dovuto girare in fretta contando su un budget limitato, ama largheggiare in citazioni erudite: i dipinti di Turner, Füssli e Friedrich, le incisioni del gruppo tedesco Die Brücke, i film di Polanski, Nolan, Von Trier, Shyamalan e naturalmente lo Spielberg di “ET”. Tutto lecito, anche se il film, pur fitto di suggestioni visive legate alla maestosità della natura e alla mitologia del Male, migliora quando ripiega “il genere” per concentrarsi sulle dinamiche familiari, l’osservazione di quella comunità chiusa, atavica, antimodernista, dove ciascuno custodisce un segreto, tra camicie a scacchi, giacche a vento, scarponi da neve e barbe incolte.
Ben assortito il cast, dove spiccano per intonazione Filippo Nigro e Camilla Filippi, nei ruoli dei due disgraziati genitori, mentre Giuseppe Vettorazzo è il nonno ruspante e Teo Achille Caprio il misterioso bambino ritrovato (alquanto lesto di coltello).     

Michele Anselmi

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