“A BIGGER SPLASH”, IL DOPPIO TUFFO CARPIATO DI LUCA GUADAGNINO

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

A Luca Guadagnino, palermitano, classe 1971, piace da qualche tempo rifare i film che non gli piacciono granché. L’esercizio è intellettualmente curioso, anche lecito, ti chiedi però se non valga la pena, ogni tanto, inventare qualcosa di nuovo invece che appoggiarsi a qualcosa di vecchio, per giunta senza amore. Esce ora, dopo l’anteprima in concorso alla Mostra di Venezia, l’ambizioso “A Bigger Splash”, rifacimento dell’odiato “La piscina” di Jacques Deray; e intanto il cineasta sta preparando il remake di “Suspiria”, sì quello di Dario Argento, ritenuto un horror fiabesco di taglio piuttosto infantile, perché gli «interessa approfondire il tema della maternità, della rimozione e della colpa collettiva». Vabbè. Un po’ come rifare “Un dollaro d’onore” perché detesti John Wayne.
Però l’uomo è intelligente, pure spiazzante. In una recente intervista concessa a Malcom Pagani del “Fatto Quotidiano”, ha riconosciuto: «Chiunque stronchi un film è legittimato a farlo. Lo dico dall’alto del mio piacere di stroncare ciò che vedo, anche se dopo i 40 anni ho iniziato a essere più “renoiriano” e a parlare solo di quello che mi piace e non delle cose che fanno schifo che pure sono tante e ci circondano». In compenso subito dopo s’è voluto distinguere, “bertoluccianamente” direbbe lui, affermando che «chiunque ami le serie tv contemporanee sia uno stolto e un poveretto».
Sempre più chiaro di come si espresse a Venezia, spiegando il senso più intimo di “A Bigger Splash”. «Lo stato della politica dei desideri nell’età adulta. Volevo filmare l’invisibile, il desiderio come forza e sostanza che muove tutto e produce conseguenze estreme». La scelta di girare a Pantelleria? «Un luogo non riconciliato, violento, marca e specchio del reale. Un istinto al quale ho aderito parlando di questo quartetto. Quattro prospettive sul mondo dentro uno scenario che, nella potenza ancestrale dell’Adesso, potesse fare a pugni con l’alterità che esse esprimono». Perché prendere il titolo da un quadro di David Hockney del 1967? «Rappresenta una regolarità di linee sconvolta da un tuffo, da uno “splash”, di cui non si vede l’artefice. Apparentemente minimalista, apre in realtà una voragine di senso in chi lo guarda». Vabbè.
Guadagnino guarda al grande mercato internazionale con questo suo quarto film, girato in inglese e ricolmo di attori famosi: Ralph Fiennes, Dakota Johnson, Matthias Schoenaerts e Tilda Swinton, quest’ultima amica e musa (non bisogna dire musa, vero) del regista sin dai tempi di “The Protagonists”. C’è chi lo trova un guscio vuoto, un nevrotico esercizio di stile gravato da un pessimo finale buffo. E chi ne parla come di un capolavoro, insinuante e seduttivo, che raccoglie la lezione, s’intende, di Rossellini e Godard.
Da cinefilo accanito, Guadagnino si ispira per contratto a “La piscina”, il noto film con Alain Delon e Romy Schneider del 1969, allora quasi un must cine-erotico, col piacere goloso di strapazzarlo, cambiando di segno non solo il finale. Rock e opera lirica, più precisamente “Emotional Rescue” dei Rolling Stones e “Falstaff” di Verdi, rimbombano nell’affresco salmastro, arso dal sole e dallo scirocco, con riferimenti sparsi a quella che il regista chiama «l’alterità vera, quella del Mediterraneo, con la presenza dei migranti che irrompono nella storia». Del resto siamo a Pantelleria, non troppo distanti da Lampedusa. Solo che “A Bigger Splash” è un rock un po’ stonato, inutilmente frenetico, che cita a man bassa e gioca a rimpiattino con lo spettatore nel cambio dei registri, fino all’epilogo di cui si diceva: con un Corrado Guzzanti da macchietta, si suppone voluta, nei panni di un maresciallo dei carabinieri più fan che investigatore.
In vacanza sull’isola vulcanica dentro un rustico dammuso dotato di piscina, la leggenda del rock Marianne Lane e il fidanzato Paul si godono sole, sesso e cibo. A rovinare la festa pensa Harry, geniale produttore discografico ed ex di Marianne, il quale piomba a Pantelleria insieme alla figlia ventenne Penelope avuta da un’americana. Il quartetto è male assortito: Marianne, reduce da un intervento alle corde vocali, finge di essere afona per non parlare con i due ospiti poco graditi, mentre Harry, survoltato, logorroico e gaudente, pare provare una nostalgia delirante nei confronti della padrona di casa. Intanto Penelope, sorta di Lolita bionda con occhialini esagonali, si distende nuda sugli scogli per sedurre l’insofferente Paul. L’intreccio degli eventi riserva qualche sorpresa sul piano sessuale e naturalmente una morte inattesa bolle in pentola, anzi in piscina.
Guadagnino usa “La piscina”, da lui detestato perché molto “cinéma de papà” e antistorico rispetto alla Nouvelle Vague, come spunto per imbastire un film fiammeggiante e istrionico, dai sapori forti, di elegante impianto sonoro e visivo, costruito sul contrasto emotivo tra la chiacchiera del giullare smodato Harry (Fiennes) e il mutismo dell’acquietata rockstar Marianne (Swinton). Tutti e quattro personaggi sono un po’ “mostruosi”, ma si vede che il regista molto li ama, li coccola, li desidera. In ciascuno mette un po’ di sé. «Poche storie. “A Bigger Splash” è il film più sexy, più politico e più interessante del momento» sintetizza Marco Giusti su Dagospia. Prometto, davvero e senza ironia, che rifletterò sulla frase.

Michele Anselmi

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