Quel fantastico peggior anno della mia vita. Commedia cinefila su una malattia terminale

Greg: adolescente medio della provincia americana, affronta l’ultimo anno delle scuole superiori con apatico distacco, apparentemente disinteressato alla scelta del college, nonostante le suppliche insistenti dell’apprensiva madre. Segni particolari: appassionato di cinema. Earl: compagno di scorribande di Greg, gira assieme all’amico remake amatoriali di grandi pellicole hollywoodiane. Segni particolari: sguardo sornione e atteggiamento cinico nei confronti della vita nel suo insieme. Rachel: figlia di genitori separati, è una ragazza graziosa e ben inserita nel tessuto sociale della scuola. Segni particolari: una recente diagnosi di leucemia. Quando Greg verrà costretto dalla mamma a passare del tempo con quella che lui definisce “la ragazza morente”, sarà costretto ad uscire dalla sua anonima, rassicurante routine e ad iniziare a dare un significato più adulto alla parola “vita”.

Questa la trama di Me and Earl and the Dying Girl (in Italia Quel fantastico peggior anno della mia vita), pellicola tratta dall’omonimo romanzo di Jesse Andrews, qui co-sceneggiatore assieme al regista Alfonso Gomez-Rejon, che all’ultima edizione del Sundance Film Festival ha ottenuto sia il Gran Premio della Giuria che il Premio del pubblico. Nonostante l’argomento trattato, di fatto ascrivibile all’area dei cancer movies, il film di Gomez-Rejon si avvale di uno stile registico dinamico ed originale, perfettamente funzionale alla descrizione – soprattutto nella prima parte della storia – del personaggio interpretato dal giovane Thomas Mann, attore capace di restituire con efficacia la figura di un ragazzo che maschera la propria sensibilità usando lo scudo del distacco e l’arma dell’ironia. Pur peccando di macchiettismo nella caratterizzazione dei personaggi secondari (il professore filosofo, il padre hippie, la madre iper-emotiva) la pellicola evita con grazia e grande intelligenza di scrittura toni tragici e pietismi, stemperando i suoi passaggi più drammatici in un finale poetico, originale ed elegantemente misurato.

Oltre al già citato Mann vale la pena menzionare l’interpretazione della giovane Olivia Wilde, “la ragazza morente” del titolo originale, che – regalando un’interpretazione che rifugge da ogni forma di leziosismo – consegna al pubblico il credibile ritratto di un persona tanto sfortunata quanto – nonostante tutto – incredibilmente capace di comprendere il senso ultimo della propria esistenza. Dal 10 dicembre in sala.

Marco Moraschinelli

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