“CHIAMATEMI FRANCESCO” ESCE IN 700 COPIE. DANIELE LUCHETTI: “NON HO FATTO UN SANTINO. ORA CREDO ALLA GENTE CHE CREDE”

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Chissà se il cardinal Jorge Bergoglio l’avrà pensato davvero, arrivando in Vaticano per il conclave dal quale sarebbe uscito Papa. «Ma cosa ci faccio a Roma? Alla mia età la gente va in pensione» riflette tra sé e sé nel tramonto romano, parlando con la voce quieta di Dario Penne, cioè il doppiatore di Anthony Hopkins. Comincia così “Chiamatemi Francesco – Il Papa della gente”, l’atteso film di Daniele Luchetti che esce giovedì 3 dicembre in 700 copie, a tappeto, quasi fosse un kolossal hollywoodiano o un cinepanettone nostrano. Probabilmente quella frase è stata inventata dagli sceneggiatori, come l’altra, ad effetto, rivolta dal futuro pontefice ai fedeli argentini poco prima di prendere l’aereo: «Roma può aspettare, siete più importanti voi di un conclave». Agiografia? Non tanto. Neanche un santino, come s’usa dire di certi film su grandi figure spirituali. Proprio ieri, a Nairobi, papa Francesco ha celebrato una messa di fronte a 300 mila fedeli, le sue parole toccano il cuore non solo dei cattolici, la sua voce calma e sorridente trasmette serenità. Sarà anche per questo che Luchetti confessa: «Ho cominciato questo film senza credere. Ora credo nella gente che crede». Ancora un passo e… «All’inizio, forse, ho accettato per tornare sul set. Ora è diventato un film indispensabile, necessario, una sorta di innamoramento».
Prodotto dalla Taodue di Pietro Valsecchi insieme a Mediaset e distribuito da Medusa, “Chiamatemi Francesco” punta in alto, molto in alto. Non sembri irriverente. L’infaticabile Valsecchi ha trovato il modo di spedirlo al presidente Obama, perché lo veda; e intanto martedì 1 dicembre, alle cinque del pomeriggio, il film avrà un’anteprima solenne nella vaticana Sala Nervi, di fronte a «settemila bisognosi». Nessuno sa ancora se il Francesco del titolo ci sarà, certo Valsecchi e Luchetti ci sperano. Del resto, l’impresa è notevole: un budget da 15 milioni di dollari, lunghe riprese in Argentina e Germania, una doppia versione, di 98 minuti per il cinema e di 200 minuti, divisi in quattro puntate, per il piccolo schermo. Ancora prima di uscire “Chiamatemi Francesco” è stato venduto in una quarantina di Paesi.
Il Vaticano ha apprezzato, pur non avendo fornito sostegno e documenti. «Avete fatto un buon film, veritiero» ha commentato mons. Guillermo Karcher, cerimoniere papale, dopo averlo visto. «Per un attimo ho sudato freddo. So che era un po’ prevenuto. Nelle ultime settimane ho avuto un incubo. Che qualcuno dicesse: “Ma chi è Valsecchi per fare un film su papa Francesco? Mi avrebbe stroncato la carriera» colorisce il produttore. Aggiungendo che anche Checco Zalone sarebbe «entusiasta» e pronto a spendersi su Facebook.
Due attori interpretano il futuro pontefice: Rodrigo de la Serna da giovane e maturo; Sergio Hernández da anziano. Non si assomigliano granché, ma fa niente. Luchetti spiega di aver voluto restituire un sentimento, uno sguardo, una dignità. «La prima volta che sono andato a Buenos Aires, due anni fa, avevo l’impressione di non avere un’ipotesi di storia. Poi ho incontrato una signora che mi ha detto: “Jorge è stato per tutta la vita un uomo preoccupato”. A quel punto ho trovato la chiave che cercavo». Cioè? «Raccontare Bergoglio come un sacerdote passato attraverso molti inferni e qualche purgatorio».
In effetti questo mostra il film. Il modello estetico sarebbe “The Queen” di Stephen Frears, e bisogna credere al regista. Anche se “Chiamatemi Francesco”, nell’andirivieni temporale, parte dal 2013 per tuffarsi nel lontano 1961 e via via risalire ai giorni del conclave. Con una lunga pagina dedicata agli anni atroci della dittatura militare di Videla, tra il 1976 e il 1983, quando Bergoglio, già Superiore provinciale dei gesuiti d’Argentina e rettore della Facoltà di teologia e filosofia a San Miguel, dovette destreggiarsi tra la violenza di Stato e la collusione della Chiesa per cercare di salvare vite di preti e oppositori. «Lo so, in Argentina c’è chi sostiene che Bergoglio fu coinvolto nella dittatura. Io ho accettato la sua versione, che mi sembra più limpida, anche confermata dai fatti» spiega Luchetti. Il quale sta ancora lavorando sulla versione lunga per la tv. Nella quale vedremo episodi non di poco conto: la giovinezza peronista e il rapporto con la fidanzata Esther, l’incontro con Borges nel 1965, l’insegnamento nel collegio, l’esilio tedesco a Francoforte dopo la fine della dittatura fascista.

Michele Anselmi

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