PIERACCIONI OPUS N. 12: “IL PROFESSOR CENERENTOLO” ANTICIPA IL NATALE (ZALONE FA PAURA A TUTTI)

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Be’, sono notizie. Leonardo Pieraccioni, nel promuovere il suo nuovo film “Il professor Cenerentolo”, confessa a “Vanity Fair”: «Sono stato tre anni senza dare un bacio a una donna. Senza ricevere un sms da una donna. Giuro. Avevo svitato il pisellino e l’avevo attaccato in alto; lui ogni tanto, come la coda tagliata di una lucertola, faceva un cenno, come dire: ma che sono diventato? Io lo guardavo, da lontano, e stava buono. Ero sereno, avevo capito che si può vivere benissimo senza sesso, ma anche senza un amoretto». Per fortuna poi ha ricominciato, circa otto mesi fa, e non sono stati solo WhatsApp a mezzanotte. Alla faccia, diciamo, dell’ex moglie Laura Torrisi.

“Il professor Cenerentolo” è il dodicesimo film da regista dell’ormai cinquantenne fiorentino. Cominciò nel 1995 con “I laureati” e da allora, a parte lo sprint iniziale, ne ha spadellato uno ogni due anni, perlopiù destinato al Natale. Non fa eccezione questo, il secondo targato Raicinema, dopo “Un fatastico via vai” del 2013, che incassò meno di 9 milioni di euro. Pochino, rispetto ai record strabilianti della giovinezza, quando “Il ciclone” arrivava a 75 miliardi di lire.

Anche per questo l’eterno Peter Pan, che poi tale non è, avendo messo a frutto nel ramo immobiliare gli ingenti guadagni del passato, adotta ormai un profilo basso nell’incontrare i giornalisti. Toscaneggia meno di un tempo, spiega di aver voluto «cambiare personaggio», lasciando da parte lo schema classico di commedia sentimentale che lo vedeva sempre alle prese, lui ometto buffo ma irresistibile, con una bellezza esotica mozzafiato. Tuttavia qualcosa del genere succede anche nell’odierno “Il professor Cenerentolo” (il titolo è davvero terribile), dove Pieraccioni fa tal Umberto Massaciuccoli, un imprenditore edile finito in carcere nell’amena isoletta di Ventotene per aver provato a rapinare una banca non riuscendo a farsi pagare dai suoi creditori. Tre anni e passa dopo, Umberto, ribattezzato “il professore” dai detenuti per la parlantina facile, gode di un regime di semi-libertà: di giorno infatti lavora alla biblioteca comunale, insieme a uno zelante napoletano nano e una sfiziosa ragazza nera; di sera torna a dormire dietro le sbarre. Una festa organizzata dal vanitoso direttore del carcere, incarnato da Flavio Insinna, gli fa incontrare la “sciroccata” Morgana, un po’ fata e un po’ ballerina, ed essendo lei Laura Chiatti avrete capito che il colpo di fulmine è nell’aria. Solo che la sventolona bionda lo crede un serio educatore che si occupa di carcerati, e lui, pur di andare a letto con lei dopo tanto digiuno sessuale (autobiografia), non le confessa la verità. Seguono malintesi, schermaglie, fughe temporanee, fino a quando un permesso di 12 ore non lo porterà di nuovo dalle sue parti, in Toscana, per una duplice missione.

Il film è quello che è: loffio, stiracchiato, bombardato di musiche, più o meno uguale a tutti gli altri, con una punta di politicamente scorretto e qualche affondo maliziosetto. «Io sono sempre abituata a dare, dare, dare… Infatti te l’ho data» protesta Morgana, che però conserva un rischioso scheletro nell’armadio; mentre Umberto, nel definirsi «l’Al Capone delle teste di cazzo», prova a riconquistarla, ma avendo altro per la testa. Le figlie sono pezzi di cuore.

Il film esce in 500 copie il 7 dicembre, quindi con largo anticipo sul Natale. Succede perché tutti hanno una paura fottuta di Checco Zalone, che con “Quo vado” arriva il 1° gennaio in 1.200 copie: di sicuro farà sfracelli, almeno nella sua categoria. Pieraccioni però canta bene: la canzoncina “Il re” è la cosa migliore del film, per musica e testo; insieme a una battuta su Rignano sull’Arno, il paese del premier Renzi, che se non altro ravviva il finalissimo in gattabuia.

Michele Anselmi

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