Predestinato a tornare: The Visit e la rinascita di M. Night Shyamalan

Quale il modo più appropriato, per iniziare a parlare di un film di M. Night Shyamalan, di un malinconico “C’era una volta…”, che tanto si addice al regista indiano adottato dalla Pennsylvania e alle sue storie di fantasmi? Fantasmi dell’immaginario e della coscienza. Segni di un tempo che fu, di amori e di rapporti interrotti, tornati a galla per rimarginare ferite ancora aperte. Fantasmi come storie che popolano la vita di tutti.  Ebbene. C’era una volta un ragazzino indiano, nato nel 1970. Facilmente immaginabile, quindi, che sia cresciuto, anche lui, con i film che hanno svezzato un’intera generazione, diretti da quei Marty, Steve e George che, a detta di Brian De Palma, hanno fatto qualcosa di straordinario che non si ripeterà, animando, in quegli anni, i cambiamenti portati avanti dalla New Hollywood. Dopo aver scritto e diretto Praying with Anger e Ad occhi aperti, Shyamalan si afferma nel mondo del cinema con Il sesto senso, che ottiene un successo planetario. In questo dramma familiare che prende come pretesto una ghost story si impone il marchio di fabbrica che rende immediatamente riconoscibili i film del regista indiano: il twist ending. Si tratta di una rivelazione che, collocata a ridosso del finale del film, ne ribalta completamente la prospettiva e getta una luce differente su quanto visto.

La carriera decolla con Unbreakable – Il predestinato, atipico super hero movie, in cui ritorna Bruce Willis nei panni di un personaggio-Edipo, foriero di ferite morali e fisiche, segni di colpe ancestrali mai espiate. Oltre ad una spiccata trattazione cromatica che spinge Shyamalan ad associare singoli colori a particolari indizi sulla risoluzione dell’enigma, iniziano ad emergere due fondamentali caratteristiche che lo rendono uno dei maggiori story-teller del cinema americano contemporaneo. I suoi film vivono degli atti di fede dei suoi personaggi (e, soprattutto, dei suoi spettatori), adulti irrisolti che si trovano ad affrontare eventi irrazionali esperibili solo tramite la loro parte più infantile: la purezza e il candore dello sguardo convogliati verso un estremo bisogno di raccontare storie. Ecco il primo elemento: l’importanza, quasi fisiologica, di ordinare in forma di racconto la propria esperienza vitale. Visione che è, sempre, filtrata da un diaframma che agisce da mediazione allo sguardo e rende difficile l’esperienza della fede, sia esso il vetro (che rende debole Samuel L. Jackson e cieco Bruce Willis in Unbreakable – Il predestinato), una finestra che protegge dal mondo esterno o un genere, sulla base del quale modellare (ingabbiare) l’universo in fieri delle storie (il critico di Lady in the Water che crede tutto ormai detto).

L’industria americana, dopo averlo incoronato come il nuovo Steven Spielberg e dopo gli insuccessi dei suoi ultimi film, respinge (a malincuore) il suo enfant prodige relegandolo nel dimenticatoio. Servirà il volto più noto del cinema horror recente, Jason Blum, ad offrire al regista l’ultima possibilità. Il produttore affida a Shyamalan The Visit, progetto low-budget- i 5 milioni di costo cozzano contro le cifre ben più elevate cui era abituato il regista indiano- auspicandone la sua rinascita. Cosa che, in effetti, possiamo felicemente dichiarare avvenuta con i 95 milioni di incassi worldwide. Protagonisti del film sono due ragazzi che vanno a trovare i nonni materni, mai conosciuti prima a causa di un litigio con la madre dovuto a motivi misteriosi, per una settimana. Rebecca ama il cinema e realizza intervista video con la madre per ricostruire il suo rapporto con i genitori. Tyler le fa da aiuto regista. Il found footage consente al film di evolversi mediante i frammenti ripresi dai due fratelli che, durante il giorno, parlano e giocano con i nonni gentile e disponibili che, tuttavia, impongono loro un unico obbligo da rispettare: i due ragazzini devono andare a letto entro le 21:30. E così le prime giornate all’aria aperta trascorsa nella villetta isolata in Pennsylvania si trasformano in incubatrici di tensione. Durante la notte accade qualcosa di strano, ma come fare ad indagare senza innestare nei nonni il germe del sospetto? Sarà l’obiettivo della videocamera di Rebecca a rivelare la disturbante verità.

Come nei precedenti film di Shyamalan, anche in The Visit, il genere è un mero appiglio narrativo, un pretesto attorno al quale costruire il vero centro focale del lungometraggio: un dramma familiare. Rebecca effettua una ricerca sulle cause che hanno portato la madre e i genitori a litigare e, nel finale, sarà l’innesto di un filmato privato (di un racconto), come in Il sesto senso, a rimediare (al)la realtà. Tutto funziona in questo minuscolo progetto, dalla scelta di orchestrare sapientemente i toni ironici che fanno da preludio ad inquietanti e sporchi, nel vero senso della parola, stravolgimenti notturni, all’architettura delle inquadrature, pur in un prodotto, quale il found footage, che farebbe pensare ad una certa casualità di scelta. Il twist ending finale regge e conferma la piena riabilitazione di un autore su cui noi non abbiamo mai smesso di puntare.

Matteo Marescalco

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