Mon Roi – Il mio re. Passione e sua fine: l’universo della coppia

Cruda, sincera, appassionata: tre aggettivi per descrive l’attività registica di Maïwenn, costante che include senza ombra di dubbio l’ultima fatica della cineasta, Mon Roi – Il mio re. Oltre ad essere un gran film d’attori, fin dalle prime immagini, dietro la macchina da presa si percepisce una sensibilità fuori dal comune. Mon Roi – Il mio re può riassumersi in una sola frase: si parla d’amore, una storia d’amore tra alti e bassi, di quelle che innalzano e bruciano le ali. Protagonisti un uomo e una donna che decidono di mettere al mondo un bambino. I più scettici affermeranno che la regista ha inventato l’acqua calda. Non hanno torto. Non è nella sceneggiatura che troveranno il genio. Ma il talento di un cineasta non è quello di assecondare le proprie aspirazioni senza badare al soggetto? Ogni storia è diversa da un’altra, ogni racconto è unico. La regista accompagna per mano i suoi personaggi. Mon Roi – Il mio re potrebbe tranquillamente essere diviso in due parti: la prima ci rivela la coppia in totale armonia. L’inizio del rapporto. La seconda mette sul banco il gioco al massacro tra Georgio e Tony, un meccanismo per cui vittima e carnefice sono intercambiabili. Dall’inizio alla fine lo spettatore non fa altro che seguire le vicende dei due amanti attraverso gli occhi di Emanuelle Bercot (premio come migliore interpretazione femminile a Cannes 2015). Il mix tra passato e presente, rattoppati insieme da Tony nell’ospedale di riabilitazione in cui si trova per un incidente sciistico, conferisce al film un’energia fuori dal comune. Maïwenn predilige sentimenti che esplodono, risate, voci, bicchieri, cocci di vetro sul pavimento.

Mon Roi – Il mio re è l’autopsia di una passione/distruzione che si tatua nei corpi: sofferenza e maltrattamenti si mostrano in un gioco completamente fisico. La rottura dei legamenti di Tony è specchio della rottura amorosa e quando il ginocchio (in francese: jenous) duole è come se a scontarne fosse un noi (« je-nous »). La scena vede una psicologa spacciarsi per luminare. La strizzacervelli  vuole legare il dolore fisico di Tony ai suoi insuccessi sentimentali. L’intento della scena fa sorridere. Certo il film non si rivela in un’analisi da quattro soldi. La regia riprende e prende sul serio i suoi protagonisti, ridicolizzandoli a un tempo. Il film si fa beffe di Georgio, delle sue frasi fatte che gli adolescenti adoperano negli sms, del suo straparlare tra un bicchiere e l’altro. Qui risiede il paradosso del sentimento. Modi triviali mescolati a un certo fascino spesso creano inaspettati colpi di fulmine. Il cinema di Maïwenn trae la sua forza dall’intensità, dallo sguardo amorevole posato sul mostro “re”.  Nel finale la  camera scivola come una carezza sul sovrano caduto, sul volto estenuato di passione, sui lineamenti spigolosi, su occhi troppo grandi e tempie ingrigite.

Chiara Roggino

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