VITA DA OPERATORI UMANITARI NELLA BOSNIA 1995 “PERFECT DAY” TRA TRAGEDIA, DESTINO E HUMOUR NERO

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Fernando Léon de Aranoa, madrileno, classe 1968, è uno di quei registi che un tempo avremmo definito engagé. Un “impegnato”, ma in chiave casual-rock. Con “I lunedì al sole” ha raccontato le giornate spente del cassintegrato Javier Bardem, il 10 dicembre esce in Italia con Teodora “Perfect Day” ambientato in Bosnia ai tempi della guerra, e intanto sta finendo di montare un documentario su Podemos, il partito per il quale vota, e scrivere il copione di “Escobar”, un filmone sul famigerato trafficante di droga da girare in Colombia, sempre con Bardem e forse Penélope Cruz.
Volato a Roma dagli Stati Uniti, l’uomo custodisce un discreto fascino. Alto, magro, i capelli crespi raccolti a coda di cavallo, orecchino, barba, jeans e felpa, de Aranoa ricorda un po’ quella “nuova onda” di cineasti in lingua spagnola impostasi a Hollywood negli ultimi anni: Alejandro Amenábar, Alfonso Cuarón, Alejandro González Iñárritu.
Non a caso è riuscito, per “Perfect Day”, ad avere sul set un cast mica male, nel quale spiccano Benicio Del Toro, Tim Robbins, Olga Kurylenko e Mélanie Thierry. Anche se il film, ispirato a un libro-testimonianza di Paula Farias, esponente di Medici senza frontiere, non gioca a far l’americano più di tanto nel ricostruire “la giornata perfetta” (il titolo da leggere per antifrasi) di quattro operatori umanitari, più un traduttore del posto e un bambino rimasto orfano, nella Bosnia del 1995, nelle ore ancora rischiose del “cessate il fuoco”.
De Aranoa non parla per sentito dire. In quelle zone inospitali e montagnose, giusto vent’anni fa, andò a filmare il lavoro di Msf, tornandone, dice, «con una dozzina di nastri e un pugno di parola che usavamo di frequente per descrivere la guerra: confusione, irrazionalità, babele, labirinto, impotenza». Seguirono esperienze in Sudan, Uganda, Somalia. Il tutto è servito per mettere a fuoco i quattro cooperanti di “Perfect Day”, e cioè il sudamericano Mambrù, l’americano B e basta, la francese Sophie e la russa Katya. La giornata del titolo si riferisce agli eventi, tragici e buffi insieme, che la squadra dell’immaginaria associazione “Aid across borders” si trova a vivere nel tentativo di estrarre un cadavere in decomposizione da un pozzo d’acqua usato dalla popolazione. Basterebbe una corda robusta, ma la corda non si trova, e intanto gente senza scrupoli e Caschi blu inetti rendono un’odissea quella semplice operazione di bonifica.
«Questo film parla di persone impegnate a mettere ordine nel caos», spiega de Aranoa, aggiungendo che gli operatori umanitari si dividerebbero in tre categorie: «i “missionari” che vogliono salvare il mondo, i “mercenari” che sanno come sopravvivere e muoversi nei contesti rischiosi, i “disadattati” che non sanno far altro che rimbalzare da una guerra all’altra».
Per diretta ammissione, de Aranoa si muove tra “M.A.S.H.” di Altman e “No Man’s Land” di Tanović, tra il rock ipnotico di Lou Reed e il folk pacifista Pete Seeger. «Cercavo un taglio dinamico, veloce, punk-rock, con una punta di humour nero, una storia dove nessuno si autocommisera, una specie di matrioska: un dramma dentro una commedia dentro un road-movie dentro un film di guerra». Ma la truce realtà dei nuovi conflitti rischia di rendere perfino il mattatoio bosniaco un ricordo. «Tutto è cambiato in peggio, penso alla Siria, all’Afghanistan. Non ci sono più regole, gli ospedali di Emergency vengono bombardati, i feriti fatti scendere dalle ambulanze e uccisi», dice il regista. Che ammette, a proposito degli operatori umanitari: «Il rischio dell’irrilevanza e della frustrazione c’è». In effetti.

Michele Anselmi

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