“NATALE COL BOSS”, LA SORPRESA VIENE DA NAPOLI. DE BIASI PIÙ DIVERTENTE DI PIERACCIONI E PARENTI

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Il brillante, il lesso, l’usato. Parafrasando un famoso titolo di Sergio Leone, potremmo ribattezzare così i tre film comici di Natale che si sfidano al botteghino sperando di non essere presi a mazzate da “Stars Wars 7”. Poi, il 1° gennaio, arriva “Quo vado?” di Checco Zalone e i tre para-cinepanettoni, a occhio, saranno già un ricordo lontano. Il lesso è “Il professor Cenerentolo” di Leonardo Pieraccioni, l’usato (più o meno sicuro) è “Vacanze ai Caraibi” di Neri Parenti. La sorpresa, ecco il brillante del terzetto, viene invece da “Natale col boss” di Volfango De Biasi: non fosse altro perché, pur dentro le regole della strenna da ridere, porta un soffio d’aria più fresca, una recitazione meno tirata via, un uso finalmente discreto del product placement, anche una struttura parodistica meno convenzionale. De Biasi, classe 1972, era già asceso l’anno scorso al timone per Aurelio De Laurentiis. “Un Natale stupefacente” si fermò sotto i 6 milioni di euro, niente rispetto alle cifre dei tempi andati, ma il patron del Napoli ha riconfermato l’ingaggio, sia al regista, sia ai prediletti Lillo & Greg, qui pure sceneggiatori oltre che interpreti. Di rinforzo arrivano Paolo Ruffini e Francesco Mandelli, il versante femminile è coperto da Giulia Bevilacqua, mentre Peppino Di Capri si produce in un doppio ruolo, finalmente esibendo i capelli bianchi.
Titolo a lungo meditato: partito come “Natale a Gomorra”, diventò “Pallottole & Champagne”, infine ecco “Natale col boss”, e chissà che non abbia inciso il ricordo di “Un boss in salotto” di Luca Miniero e dei suoi 12 milioni di incasso (oggi quasi un sogno). In ogni caso, perso per strada l’annunciato 3D, il film di De Biasi ha il pregio di non proporsi come uno spezzatino a episodi, fitto di sketch a sé stanti, ma di cercare una narrazione più compatta. Oddio, nel finale tutto si complica nell’andirivieni degli accadimenti, tanto da risultare un po’ artificioso, in chiave di fuochi d’artificio bum bum bum; ma sempre meglio, appunto, del lasco repertorio di Pieraccioni o della farsetta esotica di Parenti.
Il boss in questione è ovviamente partenopeo, anche per comunanza geografica e sensibilità dialettale. L’innesco? Il potente criminale, resosi latitante, rischia di essere smascherato a causa di una fotografia scattata da due inetti poliziotti, così decide di rifarsi i connotati tramite plastica facciale. Ma i due chirurghi fatti rapire ad hoc capiscono Peppino Di Capri invece che Leonardo Di Caprio: sicché, una volta tolte le bende, il malavitoso li vuole morti dopo essersi guardato allo specchio. Seguono fughe, equivoci, qui pro quo, scambi di persona, sparatorie e buffonate, con l’immortale “Champagne” di Peppino Di Capri a fare da leit-motiv.
Naturalmente Lillo & Greg incarnano i due chirurghi plastici finiti nel tritacarne del carcere con effetti inattesi anche sul piano sentimentale; Ruffini & Mandelli si divertono a fare la coppia di sbirri uscita da una serie americana (più “True Detective” che “Starsky & Hutch” o “Miami Vice”), con tanto di coda di cavallo, camicie hawaiane e Ford Mustang; la Bevilacqua, memore di “Distretto di polizia”, si spoglia un po’ nei panni striminziti di una ex poliziotta decisa a tornare in azione spacciandosi per una prostituta sotto copertura; Di Capri, s’intende, fa se stesso e il Boss con la sua faccia e un’altra voce.
Citazioni? Infinite. Da “Frankenstein Junior” a “L’onore dei Prizzi”, da “Quei bravi ragazzi” a “Kill Bill”, con una punta dei “Soliti idioti”, senza dimenticare “Gomorra” nella scena forse più irriverente e spassosa, con Mandelli e Ruffini in mutande e Kalashnikov nel quartiere di Scampia a evocare i due balordi gasati di Matteo Garrone. Se la comicità predilige il doppio senso a sfondo sessuale, bisogna anche dire che, rispetto ai duetti fallici tra De Sica e Ghini di “Vacanze ai Caraibi”, qui lo scherzetto risulta meno usurato, leggermente più fantasioso, pure per il tono generale cinefilo/scanzonato. Qualcosa del genere avevano fatto i Manetti Bros con “Song’e Napoli”, di cui “Natale col boss” sembra quasi la versione addolcita da mettere sotto l’albero.

Michele Anselmi

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