Franny. Un insolito personaggio riaccende la carriera di Richard Gere

Forte di quarant’anni di carriera e ormai superati i 65 di età, Richard Gere sceglie di misurarsi con un personaggio del tutto insolito, di una complessità seducente, ultima creazione cinematografica dello sceneggiatore e regista Andrew Renzi. E lo fa, c’è da dirlo, in maniera splendida. Affascinante miliardario senza famiglia né lavoro, benefattore che tutto può, Franny proviene dall’aristocrazia di Philadelphia e conduce da sempre una vita agiata. Non ha legami veri con le persone e non vuole averne, l’unico rapporto autentico è quello con Bobby (Dyla Baker) e Mia (Cheryl Hines), ma li perde entrambi nell’incidente d’auto in cui è coinvolto in prima persona. Cinque anni dopo, lo squillo di un telefono riporta nella sua vita Olivia (Dakota Fanning), figlia ventenne degli amici amatissimi, sposata ed in procinto di diventare madre. La solitudine e i sensi di colpa di Franny vengono inizialmente mitigati dal desiderio di aiutare i novelli sposi, con una dedizione che ben presto si rivelerà invadente e quasi morbosa.

Prodotta dalla Lucky Red, l’opera prima di Renzi è stata girata in soli 31 giorni, elemento che – a detta dello stesso Gere – ha consentito di mantenere la “freschezza della recitazione” e la spontaneità dei personaggi. Se non si può che concordare col protagonista su questo punto, va però detto che la sceneggiatura mostra qua e là delle crepe e la narrazione, a tratti discontinua, procede lentamente col rischio di evidenziare una parziale assenza di eventi. Difetti tecnici del resto perdonabili ad un regista ancora alle prime armi, che punta tutto sulla contagiosa eccentricità del personaggio principale e sulla verità con cui vengono restituite le fragilità dei caratteri. Franny ha mille facce, sta simpatico a tutti ma è imprevedibile, costantemente in bilico tra il ritrovato ruolo paterno/filantropico e la pericolosa dipendenza da farmaci (è morfinomane). Il ritorno di Olivia sembra per un attimo aprire la strada verso la redenzione e il perdono, che Franny cerca disperatamente nella creazione di una vita perfetta per la giovane coppia: dà un lavoro a Luke nel proprio ospedale, annulla tutti i suoi debiti studenteschi e riscatta l’ex casale dei genitori di Olivia, ma il cammino verso l’auto-assoluzione non è semplice.

Un Gere inedito si cimenta in un’interpretazione istrionica ed eccessiva, sopra le righe ma sempre verosimile. Il suo Franny non è riducibile al classico tossicodipendente, né al benefattore-stalker che s’insinua nella vita coniugale dei suoi protetti. Del resto, anche l’origine della sua fortuna nonché il suo orientamento sessuale (che Gere definisce “irrilevante ai fini della storia”) restano sconosciuti allo spettatore, rendendo così impossibile una catalogazione stereotipata del personaggio. Il mistero è dunque riconducibile alla vita stessa del protagonista, più che al “segreto” tenuto nascosto per tanto tempo (ma che al pubblico è da subito svelato). Ottima anche la prova di Theo James, asciutta e convincente, e senz’altro dignitosa – anche se forse meno incisiva – quella di Dakota Fanning, alle prese con il difficile tentativo di trovare un equilibrio tra i voleri del marito e quelli del prorompente pseudo-zio. Distribuito in Italia in 150 copie, Franny sarà nelle sale dal 23 dicembre.

Ilaria Tabet

Lascia un commento