Il ponte delle spie. Spielberg conclude una trilogia su un’America in cerca di luce

È il 1957. James Donovan è avvocato assicurativo a Brooklyn. In piena Guerra fredda, la CIA gli ordina di organizzare lo scambio tra un pilota d’aereo americano catturato dai sovietici e una spia russa residente negli Stati Uniti, il pittore Rudolf Abel (Mark Rylance). Spielberg non delude, anzi, supera se stesso. Il finale di Il ponte delle spie è emozione palpabile, puro godimento cinefilo, coronamento dello splendore visivo che accompagna l’intera pellicola: mentre James Donovan (Tom Hanks) negozia lo scambio dei prigionieri con la DDR a Berlino, i funzionari tedeschi si spostano con la bicicletta all’interno di un corridoio il cui orizzonte sfocato è un alone bianco. Sullo sfondo, mentre le sagome paiono inghiottite dalla luce, il protagonista delega un messaggio a un giovane subalterno di passaggio. Spielberg mette in scena una storia di spionaggio ispirata a fatti realmente accaduti, sceneggiata dai fratelli Coen. Fin dalle prime inquadrature l’autore evidenzia il suo marchio di fabbrica: un soffio vitale illumina le immagini in un crescendo emozionale. L’opera sarà così luogo d’incontro tra un occhio stupito (lo spettatore) e la luce (il film).

Il ponte delle spie è una produzione firmata Spielberg in tutto e per tutto. Tuttavia il film trae dichiaratamente ispirazione da altri mondi, diverse prospettive nel concepire l’arte cinematografica. Se da un lato l’autore prende a prestito il punto di vista hitchcockiano, dall’altro si muove sul set strizzando l’occhio a John Ford. Animato da un spasmodico desiderio di giustizia, James Donovan è una figura che potrebbe rientrare a pieno diritto nell’universo fordiano (colui da cui dipende il finale, personaggio chiave che garantisce ai bisognosi il ritorno a casa). Allo stesso tempo, si diceva, trae dichiaratamente ispirazione dal cinema di Hitchcock. I primi piani iniziali rivelano una spia russa la cui immagine è triplicata: l’uomo in atteggiamento riflessivo è inquadrato sulla sinistra, quindi, uno dopo l’altro, sono incorniciati il viso in primo piano, il centro della scena e l’autoritratto dipinto a destra. La moltiplicazione dell’immagine ritaglia un profilo psicologico del personaggio e della storia nel suo insieme (tre presunte spie, tre campi) rivelando un volto frammentato in opposizione al vero protagonista della storia, eroe onesto, uomo tutto d’un pezzo.

Il ponte delle spie conclude una trilogia che comprende War Horse e Lincoln. Ciascun film segna un momento cruciale della storia americana: Guerra Mondiale, abolizione della schiavitù, Guerra fredda. Ogni pellicola è per il protagonista un cammino verso la luce. Anche quest’ultimo è un appello per un mondo migliore, per un’America che sarà governata da una Costituzione illuminata e non da un boia dimentico della sua umanità. Il messaggio di Spielberg è chiaro: un film per trasformare un muro (di Berlino) in un ponte.

Chiara Roggino

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