“IL PONTE DELLE SPIE”, UN GRANDE FILM DA VEDERE. APOLOGO MORALE SULLA FORZA DELLA DEMOCRAZIA

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

C’è poco da aggiungere alla recensione di Chiara Roggino per Cinemonitor. Ho visto al cinema di domenica, con qualche ritardo, “Il ponte delle spie”, e capisco perché, pur trattandosi di Steven Spielberg, il film non stia incassando granché. Poco più di 1 milione di euro da noi in un week-end, non solo a causa di “Stars Wars 7”, neanche 60 milioni di dollari in due mesi e mezzo negli Stati Uniti. Eppure è un film potente, benissimo recitato e impaginato, dalla ricostruzione d’ambiente perfetta, una sorta di apologo morale, sotto forma di spy-story intinta nel gelo della Guerra fredda, sulla forza della democrazia, ancorché imperfetta e ogni tanto vendicativa, rispetto all’intima fragilità dei regimi dittatoriali, Infatti gli Stati Uniti esistono ancora, l’Urss non più. Con l’età, mi pare, Spielberg ha saputo convertire una naturale predisposizione alla metafora spettacolare in denso rigore narrativo, dentro una mirabile scelta di stile, dove la parola si impone su tutto, senza per questo annoiare (almeno il sottoscritto). “Il ponte delle spie” appartiene a un ramo interessante della cinematografia di Spielberg, quello tanto per intenderci che ha prodotto titoli come “Amistad” e “Lincoln”.  Sono storie prese dalla Storia, nelle quali il regista condensa una certa idea della dignità individuale messa alla prova di eventi tragici o epocali. James Donovan, l’avvocato benissimo incarnato da Tom Hanks, è l’uomo americano che non ripudia i propri principi, pur essendo probabilmente anticomunista, nel difendere prima la spia sovietica beccata dall’Fbi e poi nel congegnare un complicato scambio a Berlino tra “il rosso” e due americani. “Non importa quello che pensano gli altri, tu sai ciò che hai fatto”: è la frase chiave di un film dal quale si esce anche turbati e commossi, perché senti la forza di un cinema civile che non dimentica lo spessore umano delle persone e racconta la gravità della posta in gioco (anche grazie alla bella sceneggiatura rimpolpata dai fratelli Coen con qualche nota buffa).

Michele Anselmi

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