Carol, un film sulla vanità. Della Blanchett e di Haynes soprattutto

L’autore di Velvet Goldmine e Io non sono qui con l’adattamento dal romanzo Carol di Patricia Highsmith pare voler parzialmente sacrificare i suoi caratteristici fronzoli estetizzanti spostando lo sguardo principale sul tema della custodia dei figli e mettendosi quindi a servizio completo della narrazione. Qui una donna che godeva di un’ottima posizione nella società, in fase di divorzio e con una figlia, improvvisamente si trova a perdere tutto a causa delle sue relazioni apertamente omosessuali. Todd Haynes elabora Carol all’interno di un registro più sommesso rispetto a quello di Lontano dal paradiso, anche se ne condivide molte tematiche. A un primo sguardo il cinema di Todd Haynes può sembrare solo fine a sé stesso, ma il suo principale interesse è unire stile ad un’ammirevole cura e attenzione per svantaggiati e reietti sociali.

A differenza delle sue grandi prove attoriali, Diario di uno scandalo, Blue Jasmine e Babel, Cate Blanchett sembra essersi troppo cristallizzata nella sua consolidata maschera divistica finendo col non mostrare granché del personaggio che realmente incarna. Carol, spesso e sensualmente felina, sfugge allo spettatore e alla coprotagonista, specie quando nel finale le sue emozioni vengono troppo delegate alla voce-off narrante. Così il lavoro svolto per tutta la durata del film su tensione, gesti e comportamenti di Carol deflagra nelle sue battute finali quando, in un momento alla Viale del tramonto, Cate Blanchett si riconcede vanitosa, dopo una breve assenza, alla cinepresa e alla compagna.

Molto più interessante e complesso è il ruolo di Rooney Mara, nei panni di una commessa aspirante fotografa che finisce per innamorarsi della donna più matura, ma continuando ad amare il proprio uomo. Tramite l’espediente della fotografia, Haynes e il suo direttore Ed Lachman, giocano coi filtri flou non casualmente. Anzi questi si fanno soggettiva sia della macchina fotografica di Therese (Mara), sia dell’immersione nello stordimento amoroso delle due donne. Per un po’ Carol fa un’incursione nel road movie e persino nel noir, ma quando una pistola spunta fuori e potrebbe far deragliare la vicenda fuori dai propri binari mélo, ma garbati, si vede bene dal farlo.

L’impressione è che Carol, al di fuori della débacle legale sulla custodia dei figli di una madre gay negli anni Cinquanta, potrebbe essere un’opera sul nostro tempo, in quanto tutto accade senza reali scossoni o momenti di eccessiva enfasi. Anche la parte erotica e sentimentale, nonostante si potesse renderla più centrale, è stata smussata nelle sue angolature più provocanti perché il film non è stato voluto dai produttori per molti anni o forse per favorirne una o più possibili candidature agli Oscar. Nonostante i vari pregi della pellicola, Carol sembra voler dire di accomodarvi e lasciarsi guardare, tanto non eccederà nello sconvolgere.

Furio Spinosi

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