“THE PILLS” OVVERO “SEMPRE MEGLIO CHE LAVORARE”. DAL WEB AL CINEMA LA RISPOSTA AL POSTO FISSO DI ZALONE

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Alla faccia della sincerità. «Scrivete, scrivete, bene o male non importa, basta che scrivete tanto» chiede ai giornalisti il produttore Pietro Valsecchi, quello di Checco Zalone, presentando “The Pills. Sempre meglio che lavorare” proprio il giorno in cui “Quo vado?” supera i 52 milioni di euro al botteghino, battendo il record di “Sole a catinelle”. Valsecchi, lo conoscete, è una fucina: fiction e serie tv, un romanzo, un film dietro l’altro. Altrimenti si annoia. Potrebbe riposare su allori e soldoni, invece, per non annoiarsi, adora scovare nuovi talenti e lanciarli sul grande schermo. Gli è andata sontuosamente con Zalone, bene con “I soliti idioti”, maluccio con Pio e Amedeo, adesso ripone grandi speranze su “The Pills”, il terzetto comico, formato da Luca Vecchi, Matteo Corradini e Luigi Di Capua, fattosi conoscere prima su YouTube e poi su Deejay tv e Italia1, diventando in poco più di quattro anni un discreto caso generazionale. Squisitamente romano, tendenza Roma-Sud, che poi significa una certa dimensione pop da quartiere Pigneto e dintorni, insomma l’opposto degli “ecce Bombo” di Roma-Nord resi celebri da Nanni Moretti; anche se Valsecchi lo considera un fenomeno per nulla locale, infatti Medusa fa uscire il 21 gennaio la commedia in 350 copie, mica male per un esordio.
Il modello, alla lontana, è un po’ “Smetto quando voglio” di Sydney Sibilia, che incassò a sorpresa oltre 4 milioni di euro, raccontando la sbrindellata storia di una congrega di laureati disoccupati lesti a diventar ricchi sintetizzando una formidabile droga da vendere in pillole nei locali. Sono laureati disoccupati anche i tre “pills (nome d’arte) del nuovo film, le cui storie sono ricalcate autobiograficamente, a partire dai nomi di battesimo, su quelle di Luca, Matteo e Luigi. Scrivono sulle note di regia: «I trentenni di oggi non trovano lavoro, non riescono ad emanciparsi, e di questo sono terribilmente affranti. I “the Pills” no. Da anni sono paladini di una battaglia ideologica: immobilismo post-adolescenziale, costi quel che costi». Ne consegue che, invece di sbattersi tra stage non pagati e tristi colloqui di lavoro, tirano a campare «fumando sigarette, bevendo caffè e sparando idiozie attorno al tavolo della loro cucina alla periferia di Roma».
Insomma “The Pills. Sempre meglio di lavorare” suona come il controcanto a “Quo vado?”: se l’ultraquarantenne Checco è disposto a tutto per mantenere il mitologico posto fisso statale, Luca, Matteo e Luigi proprio non vogliono saperne di faticare, magari contando sull’aiutino dei genitori. Ma prima o poi bisogna crescere, affrancarsi: «Il lavoro è un nemico duro che colpisce alle spalle». Il “nemico” si presenta con il bel visetto di una ragazza un po’ sciroccata che propone a Luca, il barbuto della congrega, di provare le gioie del part-time. «Ti va di lavorare? Non è così grave, non lo diciamo ai tuoi amici» fa Giulia, ed è subito amore. Solo che Luca ci prende gusto, il lavoro lo cambia, lo trasforma in un abile manager della “Bangla Corp” (Bangla come Bangladesh, ramo kebab & birra) con sede in un grattacielo milanese. Urge missione per recuperarlo.
La frase-chiave del film recita: «Una vita con la sveglia alle 7.30 non vale la pena di essere vissuta». Naturalmente non va presa alla lettera, soprattutto sul serio, anche se i tre giovanotti giocano sull’equivoco, raccontando di come, una volta laureati, di fronte all’impossibilità di trovare un’occupazione o all’ipotesi di guadagnare 300 euro al mese, «abbiamo provato a fare per vivere le cose che ci divertono: se uno va a lavorare si rompe l’incantesimo».
Vabbè. A loro è andata bene, con buona pace del “Jobs Act” di Renzi, ma in ogni caso il cazzeggio sullo schermo è tale da annullare ogni torsione moralistica sui temi del lavoro: “The Pills” mette in scena un certo stato d’animo giovanile, tra l’irrisolto e il frescone, applicando allo stile del racconto, buffo e adrenalinico, tutte le strizzatine d’occhio possibili e immaginabili. Per dire: il bianco e nero di “Clerks”, le citazioni da “Le Jene”, “Batman Begins”, “Fightclub”, “L’attimo fuggente”, pure “La dolce vita”, i videoclip di Mtv, una certa ironia da stand up comedian alla Larry David, lo sfottò ripetuto dei due fratelli Muccino, il tormentone su Carmelo Bene, le trasmissioni noir di Carlo Lucarelli, la presa in giro benevola di Gianni Morandi ringraziato sui titoli di coda.
Il colorito gergo romanesco, un po’ alla maniera di “Scialla!”, non sarà comprensibile a tutti, ma il film, diretto da uno dei tre, Luca Vecchi, prova comunque a uscire dal perimetro quirite nell’evocare una condizione umana, vai a sapere quanto universale, nella quale anche i genitori ultracinquantenni appaiono rincoglioniti da Instagram, tentati da sfide “creative” e artistiche, alle prese con una tardiva… “immaturità”.

Michele Anselmi

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