LEONARDO DICAPRIO NON MERITA L’OSCAR PER “REVENANT”? VA DI MODA DIRLO, MA VEDETE IL FILM E NE RIPARLIAMO

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Siccome ha ricevuto 12 nomination, va di moda sfotticchiare sui giornali o sul web “Revenant – Redivivo”. Come? Dicendo che Alejandro González Iñárritu è un regista sopravvalutato, affetto da cupaggine cronica, a parte il brillante “Birdman”; che Leonardo DiCaprio meritava di vincere l’Oscar per “The Aviator” o “The Wolf of Wall Street” e non per come lotta con la gigantesca orsa grizzly, si immerge nell’acqua gelida, dorme nudo dentro la pancia di un cavallo sventrato, mangia vero fegato di bisonte nei panni del trapper, davvero esistito, Hugh Glass; che il film è un po’ “vorrei ma non posso”, troppo ambizioso nell’usare il genere avventuroso ottocentesco per fare il verso alle atmosfere di Werner Herzog e Terrence Malick.
Opinioni. E si sa, per citare Clint Eastwood e una certa maschia rudezza, che «le opinioni sono come le palle: ciascuno ha le sue». In effetti “Revenant – Redivivo” è un filmone da 2 ore e 40 minuti che mette alla prova lo spettatore, direi soprattutto la spettatrice: per la crudezza di molte sequenze, per i dettagli anche repellenti, per l’universo maschile che rappresenta, per l’epica della sopravvivenza che distilla. Il tirante della vendetta, squisitamente cinematografico, sembrerebbe solo un pretesto drammaturgico per raccontare altro, in una chiave tra realismo estremo e accensioni visionarie. Insomma la potenza terribile della natura incontaminata, l’agonia del vivere come lento spegnersi delle speranze, la maledizione di un destino già scritto, il mistero del corpo umano, la ferocia insita nell’uomo, alla fine perfino l’inutilità della vendetta stessa.
Difficile non pensare a “Corvo rosso non avrai il mio scalpo”, 1972, con Robert Redford, che è forse il film al quale “Revenant – Redivivo” somiglia di più. Anche Hugh Glass, come il barbuto Jeremiah Johnson di Sydney Pollack, si allontana dalla città perché ama il silenzio delle foreste; anche lui trova un fragile serenità nel rapporto con una moglie e un figlio indiani che vedrà morire; anche lui è animato da uno spirito di ritorsione e rivincita che guarisce il suo corpo da ferite mortali, cicatrici profonde. Ma si potrebbe anche citare “Uomo bianco va’ col tuo Dio!” di Richard Sarafian, di appena un anno prima, con Richard Harris nel ruolo di un cacciatore di pelli alle prese con una traversata dai risvolti quasi metaforici, irta di pericoli e rivelazioni. “Man in the Wilderness” era il titolo originale del film di Sarafian, e chi conosce l’inglese, o ha visto “Into the Wild” di Sean Penn, sa che cosa indica quella parolina: non solo un’idea di landa selvaggia o desolata, ma una specie di “immersione” totale, dai risvolti epici e filosofici, nei codici della sopravvivenza.
“Revenant – Redivivo” viene anche da lì, ma poco importa che Iñárritu abbia visto o no quei due film di oltre quarant’anni fa, perché i modi della messa in scena, diciamo “western” anche se la parolina è inesatta, sono cambiati. Le tinte sono diventate livide e verdastre, monocromatiche, le distese di neve sono minacciose, i denti dei trapper sono gialli e marci, gli abiti di lana rinsecchiti dal gelo, il cranio del cattivissimo Tom Hardy è mezzo scotennato, senti quasi la puzza degli aliti, l’afrore della paura. Forse non è un caso che, come succedeva in “Salvate il soldato Ryan” di Spielberg, il regista messicano piazzi in apertura due sequenze mozzafiato: una sanguinosa battaglia tra indiani Arikara e cacciatori di pelli sulle rive del fiume Missouri, costruita come un lungo piano sequenza virtuosistico solo in apparenza; l’ormai mitica e insistita lotta con l’orsa grizzly, così impressionante da rendere inutile qualsiasi spiegazione tecnica sulla fattura digitale, che lascia moribondo a terra, le carni aperte e straziate, il povero DiCaprio. La sua resurrezione, nel gelido inverno del 1823, comincia da lì.

Poi, è vero, “Revenant – Redivivo” avvince o annoia a seconda di come prendi quest’epica della Nuova Frontiera, a tratti quasi lisergica in alcuni inserti onirici, che usa gli stereotipi di tanto cinema sulla sopravvivenza per trasformarli in epos barbarico e insieme meditazione sulla natura dell’uomo. Il solitario indiano Pawnee che sfama e cura il malridotto trapper bianco è un “classico” del genere, ma subito dopo Iñárritu sbriciola l’illusione mostrandolo impiccato dai cacciatori francofoni, con una scritta appesa al collo che dice: “Nous sommes tous des sauvages”. Appunto: siamo tutti selvaggi. Loro pensano ai “pellerossa”, noi spettatori pensiamo all’intero genere umano che ci sta passando davanti in questa sorta di Amazzonia congelata.
Del resto qualcuno lo ricorda nel film: «Il mio cuore sanguina, ma la vendetta è nelle mani di Dio». Vale soprattutto per lo scout Hugh Glass, al quale un DiCaprio capellone e barbuto, lercio e martoriato, ormai quasi mezzosangue e a disagio tra i bianchi che pure lo pagano, offre una caratterizzazione di intenso coinvolgimento personale. Si potrà sorridere delle leggende diffuse ad arte sulla durezza estrema delle riprese, ma francamente sostenere che l’attore 41enne non merita l’Oscar perché dice poche battute, striscia per terra o si muove come un morto che cammina, be’ suona come una sciocchezza.

Michele Anselmi

PS. A proposito di nefandezze per riscaldarsi, Pierce Brosnan in “Caccia spietata”, uno strano western del 2006, faceva di peggio che dormire nella carcassa di un cavallo: uscito da un fiume gelato, sventrava un avversario dopo averlo ucciso e pigiava le mani nelle budella calde del poveraccio per non congelarsi. Ah, la wilderness…

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