Il viso della Garbo. Il divismo e la decadenza della diva

Il divismo è un fenomeno sociale che nasce all’interno del mondo cinematografico (in realtà, potremmo dire, totalmente al suo esterno) a partire dagli anni ’20 e che tende a rendere immortale icona un attore o un’attrice mediante una intensa collaborazione di industria cinematografica e mediatica. Il risultato è molto simile a quello che fu per le icone religiose passate, ovvero la nascita di un divo, o di una diva, la nascita di un personaggio altamente simbolico e presente nell’immaginario della gente. Il titolo di questo articolo è stato rubato al critico e semiologo Ronald Barthes, il quale in Miti d’oggi sostiene: “La Garbo appartiene ancora a quel momento del cinema in cui la sola cattura del viso umano provocava nelle folle il massimo turbamento, in cui ci si perdeva letteralmente in un’immagine umana come in un filtro, in cui il viso costituiva una specie di stato assoluto della carne che non si poteva raggiungere né abbandonare. […] Il suo appellativo di Divina mirava indubbiamente a rendere, più che uno stato superlativo della bellezza, l’essenza della sua persona corporea, scesa da un cielo dove le cose sono formate e finite nella massima chiarezza”. La Garbo era la Diva, è stata ed è tuttora il simbolo dell’attrice di successo, della stella del cinema, è un “archetipo di bellezza”, dà l’idea di essere irraggiungibile e inscalfibile, proprio come una divinità. E come nella Roma post-augustea, quando l’imperatore era spesse volte reso divo e in molti ambivano a tale posizione di prestigio e potere, così essere tra le stelle nel firmamento dei divi hollywoodiani è iniziato ad essere da quegli anni aspirazione di molti attori.
Il critico letterario Northrop Frye, parlando dei modi d’invenzione tragica, scrive che la tragedia è nel suo senso centrale la storia-invenzione della caduta di un capo, l’eroe; questa caduta è necessaria poiché è questo il solo modo in cui un capo possa essere isolato dalla società a cui appartiene. La sua caduta è connessa alla sua supremazia rispetto alla gente comune. In modo molto simile il divo passa il testimone ad un nuovo divo, decadendo o morendo. La differenza risiede, come sempre, nella memoria. Infatti è opportuno sottolineare quanto questo passaggio sia cruciale, in quanto il divo, finendo, rischia di cadere nell’oblio della dimenticanza, non solo.
È di questo che ci parlano lungometraggi come “Eva contro Eva” (1950). Il film, diretto dal regista polacco Joseph L. Mankiewicz, narra proprio del passaggio di testimone fra una grande attrice teatrale di Broadway, Margot Channing (Bette Davis), e una giovane e bellissima attrice di talento, Eva Harrington (Anne Baxter). Margot verrà privata da Eva del suo ruolo più famoso, lasciando tragicamente il posto alla nuova divinità. “Viale del tramonto” (1950) di Billy Wilder, che ci mostra l’ossessione per il successo nel nuovo mondo del cinema sonoro di una decaduta stella del cinema muto (Gloria Swanson), può essere un altro esempio ben calzante in questo contesto. Gli ex-divi, un tempo grandi eroi dello schermo, ridotti a derelitti dal cinema in costante mutamento, sono personificati in Gloria Swanson, o meglio, in Norma Desmond che si mostra quasi come un fantasma vendicativo, dotato del fascino dell’antico ricordo di un periodo di splendore. In una scena dirà a Joe (il suo spiantato amante) durante una proiezione privata di un suo film: «Non avevamo bisogno di parole, avevamo dei volti!». Il suo volto non si doveva degradare, il suo viso non doveva avere una realtà diversa da quella della sua perfezione. Tanto bastava, non importavano le parole.
Non solo negli anni ’50 e non solo negli Stati Uniti si parla di divismo. Il film “Sils Maria” (2014) diretto da Oliver Assayas parla anche questo del passaggio di testimone tra due attrici di teatro, e molto deve a “Eva contro Eva”. Maria Enders (Juliette Binoche) è un’attrice famosa cui viene chiesto di partecipare ad un remake della commedia che l’aveva resa nota vent’anni prima, ma con un ruolo diverso. Se ai suoi esordi interpretò il ruolo della giovane ragazza che affascinò il suo capo in un gioco saffico che si concluderà in tragedia, ora sarà una giovane attrice di successo (Chloë Grace Moretz) a prendere il suo posto, mentre lei interpreterà la donna matura che si lascia sedurre. Questo ruolo metterà quindi Maria Enders davanti allo specchio della realtà, nel quale vedrà un riflesso sinistro di se stessa, confondendo la sua persona con il suo personaggio, in un gioco che la porterà alla distruzione.
Il fatto che la tematica del divismo non si sia perduta dagli anni ’50 al film del 2014 non è sottovalutabile: come sta durando il concetto di divo del cinema, allora deve durare a pari passo il concetto di decadenza del divo. Dunque non vi sono differenze tra le stelle di ieri e quelle di oggi, ma solo una differenza di costumi, di volti, ma non di sostanza, come si conviene a un divo della secolarizzazione.

Laura Tedeschi

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