“IL FIGLIO DI SAUL”, UN FILM PROFONDO E INSOSTENIBILE. IL CAMPO DI STERMINIO COME NON L’AVETE MAI VISTO AL CINEMA

Natalino Bruzzone per “il Secolo XIX”

LASCIATE ogni speranza o voi che entrate nell’inferno di Auschwitz-Birkenau. Non è vero, come proclama il cartello posto sul cancello d’ingresso, che il lavoro rende liberi. Tantomeno la fatica alla quale sono obbligate le squadre dei Sonderkommando composte da prigionieri che prima hanno il compito, rassicurandole, di condurre le vittime che arrivano al lager nelle docce a gas e poi di ritirare i vestiti, di ammucchiare gli stuck (i pezzi, come i boia chiamano in gergo i cadaveri) che passati per i forni, sono solo ceneri da disperdere con la pala. Ma anche i Sonderkommando, come chiunque abbia un numero tatuato su un braccio, sono a stretta scadenza: sanno troppo e quindi trascorsi quattro mesi vengono a loro volta eliminati.
Un abisso di orrore nella palude della morte è il paesaggio-incubo che l’ungherese László Nemes esplora in “Il figlio di Saul”, da giovedì nelle sale, Gran Premio a Cannes 2015, Golden Globe appena ritirato e il più autorevole candidato all’Oscar per il miglior titolo non in lingua inglese.
Saul è un appartenente ai Sonderkommando: nell’autunno 1944 crede di riconoscere il proprio figlio nel corpo di un ragazzo che riceve il colpo di grazia dopo l’estrazione dalla camera dell’annientamento e da sottoporre ad autopsia per stabilire come sia sopravvissuto agli effetti dello Zyklon B. Il supposto padre non vuole che venga bruciato, ma seppellito secondo i precetti religiosi. E così cerca un rabbino che reciti per lui e insieme a lui l’orazione per i defunti, nonostante la sua determinazione metta in pericolo non solo se stesso, ma anche i compagni che stanno per scatenare, con poche speranze di successo, una rivolta.
L’opera prima di Nemes, quasi come la“x” rossa impressa sulla casacca dei Sonder, è intinta nel rigore più assoluto riprodotto in proiezione anche con l’immagine che esclude il panoramico a favore del più ridotto e “sbarrato” formato classico: la macchina a mano pedina a pochi centimetri di distanza i gesti e i movimenti di Saul. Non una soggettiva totale, ma una scelta rigidamente claustrofobica che affianca il protagonista e si stacca raramente dal suo campo visivo e uditivo così che la bolgia di Auschwitz e le sue nefandezze sfiorano l’occhio ma il climax ossessivo che impongono alle pupille e al cuore dello spettatore non ha bisogno dei dettagli di una sottolineatura cruda. C’è il rumore dell’eccidio, i lamenti, i lampi di nudità assassinata e di esecuzioni a tomba spalancata con colpo alla nuca. È molto di più dell’atto di vedere l’indicibile: la rappresentazione della Shoah assume una messa in scena quasi insostenibile e nello stesso tempo lievita a una forma di cinema sublime e terrificante che ha nella sfuocatura iniziale e nella compulsione drammaturgica la miccia e l’ingranaggio di una vera e propria bomba di emozioni. Il suo timer esplode e implode a poco a poco: nonostante questa sua voluta sudditanza ad una reclusione narrativa senza sbocchi, “Il figlio di Saul”ha un ritmo interiore implacabile.
Più che la sopravvivenza, ai limiti e oltre del possibile, per la quale si battono i reclusi in qualche modo assimilati alle rotelle della catena di montaggio delittuosa e mostruosa delle SS, Saul insegue un atto privato di
religiosità e di (a)normalità in un contesto dove Dio pare non esserci, ma in cui si può sperare ancora in un gesto d’umanità al di là dell’essere o non essere il padre del povero martire: una sepoltura che vale più di una ribellione o di una documentazione fotografica di una porzione d’Olocausto.
Il viso di Géza Röhrig, non attore professionista ma scrittore e poeta, restituisce paura e decisione, spaesamento e coraggio: la sua interpretazione più che di parole è trapunta di silenzi sino ad un sorriso che spezza i vincoli più disturbanti e rende “Il figlio di Saul” un’indimenticabile preghiera laica.

Natalino Bruzzone

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C’è poco da commentare alla lucida recensione di Natalino Bruzzone. Forse solo una cosa: bisognerebbe leggere (o rileggere) libri come “Pensaci uomo” o “Si fa presto a dire fame” di Piero Caleffi, illustre dirigente socialista e poi vicepresidente della Camera, per capire che cosa significò sopravvivere a quell’orrore indicibile, forse irrappresentabile al cinema. Non aveva tutti i torti il giovane Rivette nel criticare Gillo Pontecorvo per come filmò la morte di Emmanuelle Riva in “Kapò”; e certo “La vita è bella” di Benigni, film pure onusto di gloria, incassi e premi, qualche problema estetico-morale lo pone, al pari di altri titoli sulla terribile materia storica. L’ungherese Nemes sceglie una via rigorosa ed espressivamente forte, procede per sfocature o dettagli, non si distacca quasi mai dal campo visivo di Saul: non è una scelta reticente, a mio modo di vedere, semmai la ricerca di un pudore che non nega l’atrocità praticata dai tedeschi, quel ridurre uomini, donne e bambini a “pezzi”, ma annulla ogni cliché cinematografico per mettere a fuoco la distruzione sistematica della dignità umana. Non so se riuscirò a vedere “Il figlio di Saul” una seconda volta, dico la verità. (Michele Anselmi)

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