MUORE ETTORE SCOLA, IL CINEMA DELL’OSSERVAZIONE. L’ETÀ L’AVEVA RESO PIÙ MITE, GUAI A CHIAMARLO “MAESTRO”

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Non si atteggiava a venerato maestro, Ettore Scola, morto ieri sera a 84 anni per problemi cardiaci, neanche quando gli acciacchi si facevano sentire e lui, presentando a Venezia 2013 l’omaggio a Fellini “Che strano chiamarsi Federico”, di fronte ai giornalisti inteneriti, celiava così: «Sapete, con l’età ci si commuove anche di fronte a una cotoletta ben fatta».
Non che fosse diventato accomodante, un certo gusto per la battuta asprigna l’ha conservato fino alla fine. A chi lo interrogava sul commedificio italiano ridotto a farsa continua, diceva: «Ai tempi di Risi, Monicelli e Comencini anche il regista di un film comico era partecipe di un riscatto. Oggi i registi di Zalone o Albanese sono bravi, ma indifferenti alla ricerca di uno stile. L’obbligo di produrre denaro è un recinto sempre più difficile da varcare se l’unico metro è il successo. Mi pare un’ossessione recente, gravata negativamente anche sullo stesso Benigni dopo “La vita è bella”».
Difficile dargli torto. Del resto Scola, da Trevico (Avellino), classe 1931, è stato cineasta spiritoso, acuto, a volte burbero, poco incline a cercar scuse. Nel 2009 annunciò, senza giri di parole, di voler chiudere col cinema. «Non ho ispirazione. Preferisco godermi la vecchiaia. Leggo, scribacchio, pensicchio, tutto con il diminutivo» confessò. Aggiunse: «Con la vecchiaia si ha una percezione diversa del tempo, cerco di capire il senso della crescita dei nipoti, la lettura diventa il centro della giornata. Se mi viene un’idea, non ha a che fare col cinema. Anche in Italia il cinema è uno strumento che non serve».
Un lampo di pessimismo senile si riverberava in quel «non serve», come se fino all’altro ieri il cinema avesse posseduto, invece, le risorse per modificare le cose, illuminare le coscienze. E tuttavia l’ammissione era onesta, apprezzabile. Poi ci ripensò, facendo un’eccezione per l’omaggio a Fellini, molto applaudito ma di scarso successo. Non era andato bene neanche “Gente di Roma”, il suo penultimo, uscito nel 2003.
Negli ultimi anni, con l’affievolirsi dell’ispirazione e del piacere di stare sul set, confessava: «Scrivere una storia privata, con un inizio, uno sviluppo e una fine, mi sembra inadeguato». Un modo per teorizzare quietamente l’idea di un progressivo distacco da quel mondo che pure gli aveva dato agi e notorietà. anche in Francia. Voce, gesti, pensieri via via si erano convertiti in una sorta di trattenuta malinconia. Rivedere, per credere, “Gente di Roma”, dove l’indolenza secolare della Città Eterna, sconfinante in un’indifferenza dai toni saggi e tolleranti, registra lo stato d’animo di un autorevole romano d’adozione, appunto Scola, sospeso tra ottimismo e disillusione.
Poi, certo, il suo cinema migliore sta altrove. Nei ventisette lungometraggi (escludendo episodi, film collettivi e documentari) diretti nell’arco di un quarantennio, a partire da “Se permettete parliamo di donne” del 1964. Alcuni, non necessariamente i più celebrati dalla critica e baciati dal successo, sono ancora autentici capolavori: “C’eravamo tanto amati” specialmente, ma anche “Il commissario Pepe”, “Dramma della gelosia: tutti i particolari in cronaca”, “Il mondo nuovo”, “Ballando ballando”, “La famiglia”, “Concorrenza sleale”. In fondo aveva ragione Scola quando confessava di aver fatto «sempre lo stesso film», precisando e aggiornando temi a lui cari, volentieri rinchiudendo i suoi personaggi in un interno, un microcosmo simbolico sfiorato dallo scorrere esterno del tempo e delle storia.
Impossibile dimenticare battute memorabili come quella scandita dal fascistissimo palazzinaro Romolo Catenacci (Aldo Fabrizi) in “C’eravamo tanto amati”. «Chi vince la battaglia con la coscienza vince la guerra dell’esistenza». Ma Scola ha saputo costantemente rinnovarsi anche sul piano dello stile, prendendo dal teatro e dal western, giocando col bianco e nero neorealista e il fotoromanzo popolare, alternando riprese dal vero a complesse ricostruzioni scenografiche. Una cifra estetica che traspare da ogni film, anche dai meno riusciti, come “Che ora è” e “Splendor” con Troisi o “Romanzo di un giovane povero” con Sordi.
Magari pochi sanno che Scola, prima di diventare il regista che è, fu battutista per Macario e Totò, sceneggiatore di svelte commediole, soprattutto disegnatore per il “Marc’Aurelio”, storico settimanale satirico, né di destra né di sinistra, nel quale si erano formati umoristi come Maccari, Marchesi, Age, Scarpelli, Fellini.
Duecento tra vignette, schizzi, scarabocchi, caricature vennero riuniti, qualche anno fa, in una mostra intitolata “Un regista che lascia il (di)segno”. Un insinuante mondo grafico, perlopiù in bianco e nero, con qualche tocco di rosso e azzurro, che in alcuni casi evoca il cinema di Scola, in altri sembra prendere strade proprie, più legate a una sapida osservazione dell’esistenza. Come quel disegno che ritrae un uomo disossato, stravaccato in poltrona, le lunghe gambe accavallate e il bicchiere in terra. La sua confessione, in stile Gaber, recita: «Io sono lo spettatore medio, di media età, ho gusti medi, due diti medi, amo il medio evo, appartengo al ceto medio, giocavo da mediano, sono un po’ medium, come sesso sono molto medio, sono incazzato, molto incazzato, anzi mediamente incazzato».
E poi c’è la politica. Vissuta sempre a sinistra, militando prima nel Pci e poi nelle diverse configurazioni assunte da quel partito dopo la svolta di Occhetto. Già veltroniano, poi vendoliano, infine chissà, Scola ha saputo come pochi raccontare al cinema i rovelli del militante di sinistra di fronte alle svolte della storia e dell’esistenza. Da “C’eravamo tanto amanti” a “Gente di Roma”, passando per “La terrazza” e “Mario, Maria e Mario”, i suoi film sono pieni di comunisti (o ex) alle prese con lo sfaldarsi dell’Ideale. Proprio in “Gente di Roma” si vedono dei militanti diessini in ordine sparso che entrano nella mitica sezione di via dei Giubbonari. Sembrerebbe un’assemblea per discutere la nuova Cosa; invece sullo schermo gigante passa la partita di calcio Real Madrid-Roma, l’unica capace di scaldare i cuori. «I casi sono due» scrisse all’epoca “l’Unità”, commentando la scena: «O la politica non dà più risposte (ipotesi pessimista), o la dà solo mescolandosi con il mondo, sporcandosi le mani (ipotesi problematica). Quale ipotesi scegliamo?».
Nel dubbio, sopportando con esibita ironia le presidenze onorifiche e le incombenze ufficiali, Scola negli ultimi anni di vita ha preferito fare cose «apparentemente inutili, come andare in una cittadina dove in venti manifestano perché l’unico cinema non diventi un supermercato in un Paese così scempiato e allo stremo».

Michele Anselmi

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