Steve Jobs. Luci e ombre su un direttore d’orchestra totale

Versione non agiografica dell’ormai pluribiografizzato genio della Apple firmata da Danny Boyle e Aaron Sorkin, Steve Jobs è una macchina da guerra cinematografica. Il cast è un forte insieme di interpreti in grado di dare il proprio sguardo personale su dei soggetti che sono vischiosi in quanto realmente esistiti e profondamente analizzati. Di questo cast Michael Fassbender ne è la punta di diamante come giusto che sia, ma sa mettersi bene a fianco dei suoi eccellenti comprimari. Su tutti Kate Winslet – vincitrice del Golden Globe – e Seth Rogen nei ruoli dell’assistente Joanna e del co-fondatore della Apple Wozniak, mandato in rovina per ripicca.

Steve Jobs è poco “autobiografico” e coraggiosamente non affronta le origini e la fase finale della vita del padre della Apple, ma ne tratta i lati più esistenzialmente privati e oscuri. Come le sue origini anglo-siriane e di figlio adottivo, che per riflesso attraversa gran parte della sua vita ripudiando la figlia Lisa, avuta con l’ex-compagna che diffamò durante un’intervista. L’intervista è il punto cardine di questa storia scritta dalla penna tagliente di Sorkin (The Social Network), la quale scandisce un lasso di tempo di quindici anni suddividendolo in tre atti corrispondenti ai lanci del Macintosh, del Cubo Next e dell’iMac al momento del reintegro di Jobs in casa Apple.

In questi retroscena che antecedono il grande spettacolo orchestrale che Steve Jobs vuole dirigere con perizia perfezionistica ad ogni lancio di prodotto, Danny Boyle vortica attorno alla figura mitizzata mentre duella a parole coi suoi collaboratori, ex soci e familiari a colpi di rapide battute sarcastiche e a tratti umilianti. Si crea una vertigine nauseante dovuta alla non gradevolezza di questo personaggio spietato e manipolatorio, per poi recuperarne l’umanità in coda, ma rimanendo in una posizione di matura critica al personaggio. La sceneggiatura di Sorkin, essenziale ma fortemente teatrale, è un’arma a doppio taglio: fa scorrere due ore passate fra corridoi, toilette e stanzoni claustrofobici con un fascino ammirevole e al contempo tossico. Boyle gira i tre atti prima in 16 mm, passando per i 35, per poi finire con la Red Camera. Confeziona così assieme a Sorkin un’opera teatrale per il cinema che non manca di potenza nelle sue immagini, anche se riprese con un’inedita sobrietà per il regista, e soprattutto nei suoi scambi dialogici ad un ritmo talmente sostenuto da somigliare ad una screwball comedy. “Che cos’è che fai? Se non sei un designer, un ingegnere o un informatico, com’è che leggo dieci volte al giorno che Steve Jobs è un genio?! ” “I musicisti suonano gli strumenti. Io penso a dirigere l’orchestra!”

Furio Spinosi

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