Vogliamo vivere! La Shoah nel capolavoro di Lubitsch

Hollywood dalla fine degli anni Trenta porta nelle sale, americane e non, il grande tema della Shoah. Già negli anni Quaranta grandi nomi quali Charlie Chaplin o Hitchcock non si astennero dal partecipare a quella corrente antinazista che animava molti cineasti, anche di origine europea. Un europeo in particolare, Ernst Lubitsch, nel 1942, firmò un film su cui ci soffermeremo, avvalendoci degli studi del critico Giacomo Manzoli. To be or not to be recita lo shakespeariano titolo originale, tradotto in italiano come Vogliamo vivere!, fornendo quasi una chiave di lettura del film. Scrive Manzoli: “Lubitsch non può esimersi, come ebreo e come uomo di spettacolo, dalla corrente di quegli anni. Gli si pone davanti un dubbio amletico: essere l’autore che è sempre stato e sempre sarà o prendersi una pausa, aprire una parentesi drammatica adatta a descrivere la situazione che sta vivendo?”. La risposta ce la offre nel suo film meglio riuscito, tra i migliori sull’argomento. Vogliamo vivere! sarà un film che rappresenta il nazismo come una operetta teatrale, risultando altamente drammatico proprio per la sua leggerezza che sconfina quasi nel cinismo.
Lubitsch sceglie di mettere in scena una commedia, compiendo così la sua vendetta contro il nazismo: lo mette in ridicolo, facendo crollare ogni suo presupposto teorico. “Gestapo” è una farsa che il teatro di Varsavia vuole mettere in scena, ma non riesce perché viene anticipato dall’arrivo di una farsa ancora più grande che è la vera Gestapo. Tuttavia questo non basta a scoraggiare gli attori: questi cercheranno di salvare la loro città continuando la loro recita sotto il giudizio di un pubblico molto più esigente e la posta in gioco sarà la sopravvivenza. Dai suoi contemporanei fu criticato per la comicità con cui affrontò i temi delicati dell’occupazione polacca, ma “la sfida di Lubitsch, qui come altrove, è consistita proprio in questo: portare la commedia ad un livello di perfezione e di intensità da non dover nutrire più nessun complesso di inferiorità nei confronti del tragico”. Parlare del nazismo negli anni Quaranta è audace, il tema è attuale e, ovviamente, molto sentito, anche in termini di propaganda a favore di un’America democratica contro le brutalità della dittatura europea.

Laura Tedeschi

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