TARANTINO METTE IN CROCE IL WESTERN CON TRE ORE DI CHIACCHIERE, NEVE E SANGUE. LA COSA MIGLIORE UNA CANZONE DI ROY ORBISON

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Leggi anche il punto di vista di Furio Spinosi

Quentin Tarantino sembra ormai un ragazzone viziato, al quale i produttori tutto permettono, essendo il suo cinema circonfuso da un’indiscutibile aura di “genialità”, nella speranza che l’ipertrofia cinefila si trasformi in botteghini sonanti. Stavolta, con “The Hateful Eight”, non ha funzionato. Costato circa 60 milioni di dollari, l’ottavo film del divino Tarantino (è il trionfo cabalistico del numero 8 ) ne ha incassati negli States, dopo un mese, appena 50; magari si rifarà nel resto del mondo, da noi in Italia esce il 4 febbraio con Raicinema, ma certo il regista di “Pulp Fiction” ha dovuto misurarsi con un’inattesa botta d’arresto in merito alla Leggenda. Pensava di aver costruito il suo capolavoro, il suo “Nascita di una Nazione” condito al sangue della metafora politica, invece lo zio Oscar l’ha proprio snobbato: rare nomination, una per il nostro Ennio Morricone e una l’attrice non protagonista Jennifer Jason Leigh, in ogni caso fuori dalle categorie che contano, cioè miglior film, migliore regia e migliore sceneggiatura.
«Bisognerebbe boicottare L’Academy per non aver candidato a 15 premi Oscar il film di Tarantino. Il resto è fuffa» insorge su Facebook il cinefilo Gianluca Arnone. Il quale aggiunge, in un commento a caldo dopo la religiosa anteprima per la stampa al Teatro 5 di Cinecittà (come si sa il film è stato girato in un formato all’antica, super 70 mm Panavision): «Tarantino fa i conti con l’America come pochi osano fare oggi. Chiudendo la retorica dello Spazio e della Storia in un buco di mondo, fa piazza pulita degli ultimi residui mitologici di un feticcio di Nazione in cui l’avventura dell’immaginario – il cinema – ha saputo solo camuffare, non estirpare, il velenoso impasto di violenza, crudeltà e razzismo stipato nel suo fondo».
Vabbè. Per dirla con il virile Clint Eastwood: «Le opinioni sono come le palle, ognuno ha le sue». E qui, in “The Hateful Eight”, il testosterone va alle stelle, benché, tra gli otto in questione, ci sia solo una donna, la selvatica Daisy, picchiata da tutti e con un occhio pesto già al suo apparire incatenata al bounty killer che l’ha catturata. L’aspetta un bel nodo scorsoio a Red Rock, nel cuore dell’invernale Wyoming, ma una tempesta di neve impone alla diligenza una fermata all’emporio di Minnie, dove gli otto del titolo si preparano a una micidiale resa dei conti.
A Enrico Deaglio che l’intervistava per “il Venerdì”, Tarantino ha spiegato: «Penso di aver scritto qualcosa di molto provocatorio, un film che attacca valori consolidati, ma non vorrei morirci sopra. Non prendetelo come una metafora, cercate di prenderlo per quello che è: una storia, un mystery, un genere, un suspense, un western. Vorrei solo che la gente si divertisse. Che rida, che si stupisca di stare ridendo, che rabbrividisca per l’orrore, insomma… che lo guardasse con gli amici e poi andassero tutti a mangiarsi un pizza per discuterne». Messa così, va pure bene. Solo che è il primo, Tarantino, a prendersi assai sul serio nell’inscenare la sua pièce da “teatro della crudeltà” divisa in sette capitoli, anzi otto con l’ouverture (anzi “overture” recita il gioco di parole) lasciata al reboante tema musicale di Morricone su schermo rosso e nero: la silhouette di una diligenza con dietro le montagne innevate. Ma Tarantino non è David Lean e Morricone non è Maurice Jarre: l’incipit di “Lawrence d’Arabia” andrebbe lasciato in pace.

Dopo aver visto il film, mercoledì sera accolto con una certa freddezza anche dai fedeli del culto, vieni da chiedersi: e ci volevano tre ore e otto minuti di chiacchiere a vuoto e di dettagli da grand guignol per dirci che l’America è un Paese nato dalla violenza e dal sangue, ancora diviso, sotto la crosta, tra Unionisti e Confederati, guidato dai peggiori istinti, facile alla menzogna e alla manipolazione, dove, come avverte una battuta, «un nero può essere al sicuro solo se il bianco è disarmato»?
Avrete capito che l’emporio di Minnie, così ospitale, riscaldato dal camino e pieno di cose buone da mangiare mentre fuori infuria il “blizzard” gelato, è il ring allegorico nel quale allestire il match tra gli otto del titolo. Che sono, come ormai sanno anche i sassi, l’ex maggiore nordista Samuel Jackson, il cacciatore di taglie Kurt Russell, l’aspirante sceriffo sudista Walter Goggins, il messicano in pelliccia Demian Bichir, l’inglese ambiguamente lezioso Tim Roth, il taciturno pistolero Michael Madsen, il vecchio ex generale confederato Bruce Dern, appunto la misteriosa Daisy incarnata da Jennifer Jason Leigh.
Odiosi e pieni di odio (“hateful” custodisce entrambi i significati), i personaggi evocano stereotipi western con un sovrappiù di grottesco fighetto e di stilizzazione estetica. Siamo qualche anno dopo la fine della Guerra civile, che solo noi in Italia chiamiamo “di secessione”, ma i fantasmi di quel massacro fratricida danzano ancora dentro la locanda-microcosmo, alla maniera classica di Tarantino. «L’inferno sono gli altri» insegna una celebre battute del dramma “A porte chiuse” di Sartre, tutto ambientato in una stanza. In realtà Tarantino fa “prendere aria” alla tragica commedia, specie nei primi due capitoli immersi nel maestoso paesaggio invernale di Telluride, introdotti da un crocifisso ligneo ricoperto di neve che ammonisce, evoca e prepara lo spettatore al peggio. Ma poi, tra chiacchiere allusive, indizi minacciosi e flashback che svelano l’antefatto, la partita cruenta si giocherà tutta lì dentro, a porta chiusa, anzi addirittura inchiodata dall’interno.
Tarantino è un esteta di talento che si diverte a demistificare il genere cinematografico per eccellenza, il western, per sbriciolarne la cornice leggendaria, mitica, fondante, rendendo maschere senza pietà, a tratti mascheroni immersi in una marmellata di sangue, i suoi otto giocatori intenti a fare i conti con la Storia. Sarà.
Di sicuro il film strizza l’occhio ai fan del regista, li blandisce e li rassicura, facendoli sentire parte di un’esperienza quasi sensoriale. De gustibus. La cosa più bella di “The Hateful Eight” è però una canzone sui titoli di coda, “There Won’t Be Many Coming Home” di Roy Orbison, il cui titolo spiega molto se non tutto: parla di poveri cristi che non torneranno mai dalla guerra, fu incisa nel 1967, quando Tarantino aveva quattro anni.

Michele Anselmi

Lascia un commento