PER NON DIMENTICARE: ARRIVA “REMEMBER”. DOPO “IL FIGLIO DI SAUL” E “IL LABIRINTO DEL SILENZIO” TRE MODI DIVERSI DI RACCONTARE LA SHOAH

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Il campo di sterminio nazista è una brutta bestia al cinema. Perché le atrocità che si consumarono in quelle “fabbriche della morte” volute da Hitler per organizzare la Soluzione Finale sono così assolute da rendere spesso inadeguate le forme e i modi della messa in scena cinematografica. Il regista francese Jacques Rivette, scomparso qualche giorno fa, nel 1961 stroncò “Kapò” di Gillo Pontecorvo proprio partendo da una sequenza, il suicidio di un personaggio centrale, ritenuta “immorale” dal punto di vista dello sguardo, anche se il film era certamente stato pensato e realizzato per una buona causa. Il tema non è solo di natura estetica, e ogni tanto, a mano a mano che scompaiono per via dell’età i sopravvissuti di Auschwitz, se ne riparla sui giornali.
Nelle ultime settimane, in coincidenza con il Giorno della Memoria, sono usciti nelle sale italiane alcuni film sull’argomento. “Il figlio di Saul” dell’ungherese László Nemes ha scelto di immergersi nell’orrore indicibile dei lager e dei forni crematori stando per tutto il tempo sul volto e il corpo del protagonista, non per edulcorare la ricostruzione degli eventi, ma per renderla, attraverso una serie di sfocature sullo sfondo, ancora più disturbante e “quotidiana” (incassi magri finora: 225 mila euro).
“Il labirinto del silenzio” dell’italo-tedesco Giulio Ricciarelli ha optato invece per la formula dell’inchiesta giudiziaria, ambientando nella Francoforte del 1958, in una Germania dai colori pastello decisa a rimuovere quel recente passato infamante, la ricerca di una verità scomoda e ingombrante ad opera di un giovane procuratore animato dalle migliori intenzioni (incassi di nuovo magri: 335 mila euro).
Adesso, da giovedì 4 febbraio, arriva “Remember” dell’armeno-canadese Atom Egoyan, già passato in concorso a Venezia 2015, e chissà se andrà meglio. Qui l’orrore dei campi di sterminio viene evocato attraverso lo sguardo, tanti anni dopo, di un sopravvissuto deciso a regolare i conti. La novità, rispetto per esempio a “This Must Be the Place” di Paolo Sorrentino, è che il “giustiziere” è un novantenne affetto da demenza senile, appena rimasto vedovo, incerto nel camminare, con gravi vuoti di memoria. Zev Guttnam il suo nome. Zev significa lupo, in ebraico, ma non si direbbe granché pericoloso questo vecchio incarnato dal canadese Christopher Plummer. È l’amico Max, sulla sedia a rotelle, a organizzargli il viaggio punitivo fornendo soldi e logistica. Siamo negli Stati Uniti. Ci sono quattro Rudy Kurlander da rintracciare, uno di questi è Otto Wallisch, lo spietato ufficiale delle SS che li torturò ad Auschwitz.
«Questa è una delle ultime storie che, ai giorni nostri, si possono raccontare sul capitolo più buio della nostra storia. “Remember” riguarda i sopravvissuti: le vittime e i carnefici» ha spiegato Egoyan. Il titolo non è scelto a caso: perché il ricordo dell’Olocausto rischia di svanire anche in chi porta tatuato sul braccio, come Zev, il numero 98814; e perché non tutto è come sembra in questa faticosa caccia all’uomo che condurrà il vecchio ebreo, armato di Glock, fino a una villetta in stile alpino sul lago Tahoe dove forse troverà l’aguzzino.
Plummer, classe 1929, è bravo nell’invecchiarsi di qualche anno per apparire tremolante e decrepito, a tratti svanito, incapace di misurarsi con il proprio passato, che affiora via via per dettagli suggeriti dal regista. Ma il film si muove su un crinale delicato, preparando, sul filo della suspense, il discutibile colpo di teatro finale che farà discutere. “Remember” è una parola che contiene in sé il nucleo del dilemma morale. Ci si chiede sempre, e giustamente, di ricordare. Ma che cosa accade se la malattia ottunde e confonde la natura reale dei fatti?

Michele Anselmi

Lascia un commento