“PERFETTI SCONOSCIUTI” OVVERO “THE HATEFUL SEVEN”: NIENTE CELLULARI A TAVOLA O IL GIOCO È AL MASSACRO

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Un telefono portatile può salvarti la vita, come succedeva nel thriller hollywoodiano “Cellular”, o può anche rovinartela, come accade nella commedia italiana “Perfetti sconosciuti” (nelle sale dall’11 febbraio, targato Medusa, giusto per festeggiare all’incontrario San Valentino). Paolo Genovese fa un film all’anno, forse troppi, ma questo gli è venuto meglio di alcuni precedenti, specie “Sei mai stata sulla Luna?”. Sarà perché, parafrasando Gabriel García Márquez, per il quale «ognuno di noi ha tre vite: una pubblica, una privata e una segreta», il regista romano ha individuato nello smartphone il custode rischioso e irrinunciabile dei segreti più inconfessabili, pena rottura di matrimoni, convivenze e amicizie. Il cellulare l’abbiamo tutti, anche due a testa, lo compulsiamo, lo silenziamo a volte, lo teniamo eternamente acceso, per non perdere nulla, neanche una notifica di Facebook, e naturalmente molti di noi lo piazzano anche a tavola accanto al piatto fumante. Una cafonaggine, certo, ma rischi di beccarti un vaffa solo a farlo notare. Sempre che, come capita appunto in “Perfetti sconosciuti”, non sia la padrona di casa, durante una cena tra amici in un bell’appartamento alto borghese, a chiedere ai commensali di tirar fuori i rispettivi telefoni per condividere sms, whatsapp, chat e chiamate a viva voce. Difficile rispondere di no al gioco di società, che parte come uno scherzo e naturalmente si trasformerà in un massacro sentimentale. Perché, appunto, «questo qui è la scatola nera della nostra vita».
Pochi personaggi, una riunione conviviale, unità di tempo e di luogo: la struttura vagamente teatrale non è una novità al cinema, basti pensare ai recenti “Il nome del figlio” di Francesca Archibugi e “Dobbiamo parlare” di Sergio Rubini, per non scomodare “La cena” di Ettore Scola, e tuttavia il cellulare usato a mo’ di Domino introduce, facendosi esso stesso personaggio, un elemento pop di sicuro richiamo. Genovese, che ha scritto il copione insieme a Filippo Bologna, Paolo Costella, Paola Mammini e Rolando Ravello, va sul sicuro insomma, e già si possono immaginare le chiacchiere uscendo dal cinema. Anche se la commedia non va presa alla lettera, nel senso che bara un po’, diciamo bluffa, facendoci credere che… E ci fermiamo qui per non rovinare la sorpresa (forse un po’ meccanica e tuttavia non consolatoria).
I sette in questione, che potremmo ribattezzare “The Hateful Seven” con Tarantino, sono quarantenni o giù di lì, perlopiù benestanti, belli, amici da sempre. Ci sono i ricchi padroni di casa Marco Giallini e Kasia Smutniak, lui chirurgo plastico e lei psichiatra; poi i freschi sposini Edoardo Leo e Alba Rohrwacher, lui tassista e lei veterinaria; la coppia stagionata composta da Valerio Mastandrea e Anna Foglietta, lui avvocato e lei da tempo casalinga e mamma premurosa; infine il professore di ginnastica, momentaneamente disoccupato, Giuseppe Battiston, appena fidanzatosi con una misteriosa Lucilla che all’ultimo momento ha dato forfeit. Noi sappiamo, da brandelli di battute e sguardi annoiati, che le loro vite non sono tranquille come sembrano, ma l’ottimo cibo e il buon vino stemperano le inquietudini, almeno fino a quando non cominciano a parlare le schede Sim dei telefonini. «Voglio il tuo corpo» è il primo sms che arriva, ma si rivela essere subito uno scherzo impertinente; solo che poi, nell’imbarazzo che si ispessisce e gela l’atmosfera mentre fuori c’è l’eclisse di luna, squillano ben altre rivelazioni, e nessuno, o quasi, può dirsi innocente.
«Siamo tutti frangibili, è sbagliato giocare con questa scatola nera» scandisce in sottofinale uno dei sette. Come dargli torto? Ma intanto, per dirla con Neil Young, “the damage is done”, il danno è fatto.
Il film, ben fotografato da Fabrizio Lucci e scandito dalle musiche di Maurizio Filardi (con canzone di Fiorella Mannoia sui titoli di coda), sfodera una drammaturgia classica, tipica di queste situazioni corali, trapunta cioè di affondi comici, dettagli imbarazzanti e “spogliarelli morali”, in un crescendo di rivelazioni che gli interpreti, a parte qualche faccetta di troppo, padroneggiano senza dar troppo l’impressione di star recitando una pièce. La morale? Certi cassetti meglio non aprirli mai, anche tra amici, perché sono pieni di polvere e insetti. Il rischio è di ritrovarsi accanto un perfetto sconosciuto.

Michele Anselmi

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