The Hateful Eight. Amore, piombo e furore per l’ottavo film di Tarantino

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Una diligenza trainata da sei cavalli si muove lentamente su di una collina innevata del Wyoming dirigendosi verso la città di Red Rock. I suoi passeggeri sono John Ruth (Kurt Russel), un turpe cacciatore di taglie, e la bandita Daisy (Jennifer Jason Leigh), condannata a morte. Lungo la loro strada, incontrano Mannix (Walton Goggins), che afferma di essere il nuovo sceriffo di Red Rock, e il maggiore nordista Warren (Samuel Jackson), un altro cacciatore di taglie che trasporta i suoi trofei umani. La tormenta li costringe a cercare riparo presso la merceria di minnie, dove però Minnie non c’è… Qui ad attenderli ci sono altri quattro personaggi: Bob, Oswaldo (Tim Roth) il sedicente boia di Red Rock, Joe Gage (Madsen) il vaccaro e il taciturno generale confederato sudista Smithers (Bruce Dern). Man mano che la tempesta di neve imperversa nella notte, gli otto viandanti scopriranno che molto probabilmente nessuno di loro arriverà vivo a Red Rock.

Quentin Tarantino nel suo ottavo lungometraggio firma un’opera fatta di legno, ferro, neve e sangue, che suggella l’apoteosi dell’artificio e della teatralità presente del suo cinema sin dai suoi esordi. Desideroso di misurarsi per la prima volta col genere del giallo – non ci risparmia l’incipit di uno dei sei capitoli esplicitamente omaggiante Hitchcock -, Tarantino mescola il mistero al suo amato western relegandolo a cornice. Questa volta spinge, come in Jackie Brown, sulla centralità della trama, la parola e la psiche dei personaggi rispetto all’azione a cui ci ha abituato nei suoi più grandi successi. Per questo sceglie un cast di prim’ordine capace di stargli dietro, anche nel suo ruolo più marginale, in un’estenuante ma efficace procrastinazione del massacro finale. La cinepresa, nonostante non risparmi squisite profondità di campo, carrellate e panoramiche anche in magnifiche riprese del Colorado, si adagia e procede molto quieta per tutta la durata del film. Spesso rimane fissa e guarda gli attori muoversi come prigionieri in quel proscenio che è il set della merceria di Minnie. Gli otto odiosi, per stessa ammissione di Tarantino senza nessun centro morale o eroismo identificativo, sono attori che paradossalmente ama e ci fa amare, nonostante tutti i loro inganni e nefandezze.

L’amore è la chiave di lettura del film. Quentin ama il cinema e stavolta ce lo grida, al rallentatore, come la voce di Jackson nei suoi ralenti distorti e mostruosi. Che gigioneggia divinamente, come Michael Madsen; Jennifer Jason Leigh ci dona il ruolo probabilmente più bello della sua carriera e fa tornare la donna al centro rispetto agli ultimi virili lavori del regista. Il montaggio propone una narrazione a capitoli quasi lineare, che decide di far dei piccoli passi indietro nel tempo solamente quando decide che il focus non è più il mistero, ma l’antefatto. Si è imputata a The Hateful Eight un’eccessiva lunghezza. Può darsi, ma i dialoghi e i colpi di scena sono il cavallo di battaglia di Quentin e queste quasi tre ore scorrono con estro creativo e piacere, anche grazie alla colonna sonora originale di Morricone.

Furio Spinosi

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