“LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT”, SUPER EROE DI BORGATA TUTTI GRIDANO AL CAPOLAVORO, SI POTRÀ DISSENTIRE UN PO’?

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Gli elogi si sprecano, sulla stampa o sul web, per “Lo chiamavano Jeeg Robot” di Gabriele Mainetti. Eccone alcuni. «Piccolo gioiello», «Meravigliosamente divertente», «Formidabile opera prima», «Spacca davvero», «Geniale», «Connubio folle ma stupefacente di anime e superhero-movie classico» eccetera. Se il consenso è così indiscutibile, generalizzato, anche trasversale, non resta che inchinarsi al fenomeno. Tuttavia resta plausibile, si spera, la domanda posta dal sottoscritto, certo un po’ provocatoriamente, subito dopo l’anteprima alla Festa di Roma 2015: «E se per un po’, solo per un po’, il cinema italiano la smettesse di cucinare romanzi criminali alla vaccinara?». D’accordo: il cine-mantra recita che bisogna riscoprire i generi, e il poliziesco italico, variamente declinato, parrebbe un toccasana al botteghino. Anche se, nello spremere il limone senza giudizio, il filone “Roma a mano armata” suona come una trovata piuttosto consunta, specie dopo “Suburra”, “Viva la sposa”, “Non essere cattivo”, “Senza nessuna pietà”, mentre altri titoli già incombono all’orizzonte (perfino il cinepanettone quest’anno si chiamava “Natale col Boss”).
Quasi tutti, appunto, ambientati a Roma e dintorni, con gli stessi attori che girano da un film all’altro, Elio Germano e Pierfrancesco Favino, Luca Marinelli e Alessandro Borghi, in un tripudio di battute colorite, slang borgataro, sparatorie furiose, supplizi feroci, Rottweiler che azzanno alla gola, travestiti, tossici, puttane, paesaggi degradati, case kitsch modello Casamonica, il derby Roma-Lazio, il porno in tv, con l’aggiunta di Ostia d’inverno che non guasta mai. I personaggi, naturalmente, hanno soprannomi coloriti, il Samurai, lo Zingaro, er Palletta, er Corto, er Lungo, er Braciola, er Caccola, er Cecato, eccetera, in una sorta di revival colto-ruspante in stile Monnezza.
Il noir come zuppa buona per tutti gli ingredienti: un pizzico di antropologia post-pasoliniana, una cucchiaiata di politica corrotta e di sesso spinto, una dose di cinefilia stracult e di romanticismo proletario, nel ricordo naturalmente del “maestro” Fernando Di Leo. Quanto durerà la moda? Chissà.
Però, bisogna riconoscerlo, “Lo chiamavano Jeeg Robot”, nelle sale dal 25 febbraio con Lucky Red e albo a fumetti annesso, almeno cerca una strada diversa, più originale. La differenza, rispetto ad altri film, sta nel fatto che il giovane Mainetti, servito da un copione di Nicola Guaglianone che gira dal 2011 e prima si intitolava “Lo chiamavano Ufo Robot”, inventa un supereroe coattissimo che viene dal quartiere di Tor Bella Monaca e si chiama Enzo Ceccotti.
«L’idea è nata pensando ai supereroi Usa, volevamo dare una risposta italiana a quei film senza fare un’imitazione» spiega il regista, classe 1976. Pensate a un mix tra “Romanzo criminale” e “Spider Man”, ma con l’occhio rivolto soprattutto a una certa nostalgia diffusa tra i quarantenni: cresciuti sul finire degli anni Settanta con la serie tv manga “Jeeg Robot”, canticchiando la popolare sigla di Fogus e sognando di essere il vindice Hiroshi Shiba. Un classico alla Tarantino, pure lui gran consumatore di manga giapponesi a tematica “mecha” (così pare si dica), infatti si sprecano i riferimenti a “Kill Bill” e “Le Iene”, mentre il finale aperto, con super Ceccotti che in cima al Colosseo veglia sulla Capitale indossando la maschera di lana simil Jeeg Robot, sembra fatto apposta per un seguito. Se il pubblico apprezzerà.

Claudio Santamaria, con una ventina di chili in più, incarna, senza calzamaglia, l’eroe in campo. Un balordo ombroso, taciturno, pornografo e anaffettivo (nella prima versione sposato con figlio, ora non più) che scopre di possedere una forza sovrumana dopo essere caduto nel Tevere radioattivo. Lentamente, nel rapporto con una fanciulla sciroccata e soave che lo crede la reincarnazione di Shiba, metterà al servizio del Bene quel superpotere, pronto a vedersela con lo Zingaro, un boss interpretato dal survoltato Luca Marinelli che spara, ammazza e pesta ma va in solluchero per le canzoni di Anna Oxa e Nada. «T’ha morso un ragno, un pipistrello? Sei cascato da un altro pianeta?» grugna il cattivo, prima di ritrovarsi anche lui nei panni di una specie di Joker…

«Ho lavorato sul carattere del mio personaggio, un ragazzo di periferia che dice quattro parole, perché da quelle parti devi giocare a fare il duro» racconta Santamaria. Insomma, Ceccotti come un parente proletario dell’Uomo Ragno. «Visto cosa gli accade, forse sarebbe meglio chiamarlo l’Uomo Rogna!» celia l’attore. Il quale, sui titoli di cosa, canta rallentata, alla sua maniera, la mitica sigla: «Corri ragazzo laggiù / vola tra lampi di blu / corri in aiuto di tutta la gente / dell’umanità».

Michele Anselmi

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