Good Kill e la lotta al terrorismo comodamente da casa propria

Dopo un glorioso passato al comando degli F-16 in Iraq e Afghanistan, il maggiore Tommy Egan si ritrova a pilotare droni dalla base militare di Las Vegas a settemila miglia di distanza dall’obiettivo. Terminata la sua giornata lavorativa, torna a casa per litigare con moglie e figli. E così un giorno dopo l’altro, il copione non cambia. Man mano i giorni passano e diventa sempre più difficile mostrare la sua appartenenza a una realtà in cui non si riconosce più. Good Kill indaga nell’animo controverso di un uomo dal carattere silenzioso e introverso, fedele alla divisa che indossa e allo Stato che rappresenta, ma allo stesso tempo frustrato da una guerra che combatte senza correre il rischio di essere ucciso, senza avere il coraggio di rischiare. Sente che il suo ruolo, fino a poco tempo fa attivo nella lotta al terrorismo, non gli appartiene quasi più tanto da arrivare a mettere in discussione il suo servizio per la comunità, scoprendo inoltre che tornare sul campo è praticamente impossibile. Tutto questo senza contare le cicatrici che inevitabilmente si porta dietro chi uccide per professione, sentendo tuttavia su se stesso la responsabilità della salvaguardia del Paese.

Ma esiste un confine entro cui il desiderio di difendere il bene comune si scontra con la sete di vendetta e la voglia di riscatto? È ciò che si chiede Andrew Niccol, così come circa un anno fa fece Clint Eastwood con American Sniper. Può una guerra diventare giusta se mossa da un ideale di pace? A quanto pare non sembra essere cambiato poi molto da quando Machiavelli si chiedeva se in politica il fine giustificasse o meno i mezzi. Il tema dei due lavori è lo stesso anche se affrontato in modo diverso: Eastwood come sempre più partecipe ed emotivamente coinvolgente, Niccol più freddo e distaccato. Questo nuovo racconto sull’iniquità della guerra non fa provare ma osservare, mostra l’emozione, ma non giudica la realtà, la descrive piuttosto, lasciando poi allo spettatore la possibilità di scegliere da che parte stare. Oltre a questo, c’è la questione non certo frivola legata all’utilizzo dei droni in guerra, intesi come arma di uccisione di massa. Il tutto sullo sfondo di una luccicosa Las Vegas dove sono divertimento ed eccesso a farla da padroni. Forse due facce estreme della stessa medaglia o le contraddizioni di un paese che fa finta di non vedere? Nelle sale dal 25 febbraio, il nuovo film del regista di Gattaca – La porta dell’universo, interpretato da Ethan Hawke, Bruce Greenwood, Zoe Kravitz, Jake Abel e January Jones, tira le somme di uno scenario che può sfuggire di mano anche a chi, convinto di agire nel bene, rischia di distruggere l’intera società a cui appartiene, creando mostri invasati e fanatici, totalmente privi di umanità.

Stefania Scianni

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