“ONDA SU ONDA”: ROCCO PAPALEO SI PERDE IN URUGUAY (E FA VENIRE UNA GRAN NOSTALGIA DEL “GAUCHO” DI RISI)

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

“Onda su onda
il mare mi porterà
alla deriva,
in balia di una sorte bizzarra e cattiva…
onda su onda,
mi sto allontanando ormai…
la nave è una lucciola persa nel blu…
mai più mi salverò…”

C’entra qualcosa con la storia del film l’accattivante canzone di Paolo Conte del 1974? No, però sfodera un titolo suggestivo e comunque permette a Rocco Papaleo, che molto si diverte a cantare, di intonarla alla sua maniera a bordo di una nave mercantile in viaggio verso Montevideo, Uruguay. Alla sua terza regia, dopo il fortunato “Basilicata costa to coast” e il meno riuscito “Una piccola impresa meridionale”, il comico lucano spiega di aver voluto girare una commedia laggiù, oltre oceano, perché «l’Uruguay, stretto tra due colossi come Brasile e Argentina, mi ricorda la mia piccola regione italiana, la Basilicata, che, anch’essa stretta tra due più importanti regioni, ha sviluppato peculiarità e carattere unici, inconfondibili».
Bisogna credergli, anche se il film, nelle sale da giovedì 18 febbraio con Warner Bros, sembra cercare nella lontana Montevideo solo una cornice esotica, vagamente malinconica e straniante, per ambientare il consueto scontro-incontro psicologico tra due persone che più diverse non potrebbero sembrare. Il modello? Diciamo “Il gaucho” di Dino Risi con Vittorio Gassman, più una puntina di “La leggenda del pianista sull’oceano” di Tornatore e un riferimento a “C’è posta per te” di Maria De Filippi. Infatti non è un caso che sia Alessandro Gassmann (ha recuperato le due enne originali nel cognome) il mattatore della vicenda, anche se in un tono dimesso, mai oltraggioso e spaccone, in linea con un clima vagamente funereo sia pure riscattato da affondi spassosi/picareschi.
Insomma, avete capito: due italiani all’estero, due poveri cristi in fuga dal loro passato, con qualche scheletro nell’armadio e due caratteri diversi, eppure compatibili dopo le prime scaramucce. Ruggero Chiaromonte, ovvero Gassman, è il cuoco di bordo, laconico e raffinato, un ex professore che cerca in quel cargo un posto dal quale non scendere mai; Gegé Cristofori, ovvero Papaleo, è un cantante sfigato, pure vanitoso e bruttarello, che ha ricevuto un ingaggio per esibirsi di nuovo a Montevideo, trent’anni dopo. Ma un’insidiosa laringite mette ko l’artista, sicché, per non fargli perdere il denaro pattuito, Ruggero propone al rompiscatole di sostituirlo sul palco. Specie dopo aver visto quant’è carina Gilda Mandarino, la ragazza, ovvero Luz Cipriota, che si occupa di organizzare il concerto per conto di una strana signora molto “rifatta”. C’è odore di fregatura, e forse anche una paternità inattesa che cambierà la vita di entrambi gli uomini.
«A volte a restare fermi si va più lontani» recita una battuta del dialogo; e un’altra ricorda: «A me piacciono le persone che vanno fuori tema». Ecco, il film di Papaleo, scritto con Valter Lupo e Federica Pontremoli, cerca un equilibrio tra i due concetti sopra espressi, proponendosi come una commedia amarognola sul tempo che passa, i rendiconti esistenziali, le giravolte del destino. Idea lodevole, sottolineata dalle note vagamente blues che fanno da contrappunto alle disavventure uruguagie (si dirà così?) dei personaggi. A tratti viene un po’ da pensare allo sfortunato “Velocipedi ai Tropici” di Davide Riondino, per il clima, gli ambienti, le situazioni. Però il film è un po’ lasco nel ritmo, prevedibile nelle trovate, forse troppo recitato, nel senso di facce e faccette. Gassmann e Papaleo formano una coppia ormai rodata, forse anche per questo sembrano andare a volte col pilota automatico; Luz Cipriota è fresca e sensuale quanto improbabile; Massimiliano Gallo, finalmente sottratto a ruoli da camorrista, evoca, nel ruolo del comandante ansioso, uno Schettino per bene.

Michele Anselmi

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