FAUSTO BRIZZI SI PREPARA A INFILZARE I “FOREVER YOUNG” (SPERIAMO CHE SIA CRESCIUTO ANCHE LUI, PERÒ)

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Facile equivocare, con l’età. Esce il 10 marzo, con Medusa, il nuovo film di Fausto Brizzi, molto atteso. Si chiama “Forever Young”. Un sessantenne, diciamo il sottoscritto, penserebbe al classico intramontabile di Bob Dylan, il cui ritornello, spesso usato nei compleanni, suona «May you stay forever young»; invece il regista romano, classe 1968, Dylan non l’ha proprio preso in considerazione, s’è ispirato per il titolo, e la userà in vari remix, alla canzoncina degli Alphaville, 1984, il cui refrain recita: «I wanna be forever young».
A ciascuno la sua età, dunque: dovrebbe essere la regola. Ma basta guardarsi intorno – al lavoro, al supermercato, in bus, in metropolitana, al mare d’estate, passeggiando – per accorgersi che tutti, o quasi, vogliono restare giovani, disperatamente giovani: nel fisico soprattutto, ma anche nello spirito, con risvolti spesso ridicoli. Dimenticare il raffinato epigramma di Sandro Bajini: «Potere e non volere, / è questa forse la vecchiezza: / essere ancora disponibile / e quasi mai disposto». Roba da prendere a pernacchie. Siamo circondati da eterni giovani che si rifiutano di invecchiare, incapaci di prendere atto degli anni che passano, di disciplinare, certo pur volendosi bene e curandosi, il proprio aspetto all’incedere del tempo.
Vale anche per Brizzi? Il quale, a tre anni dal mediocre “Indovina chi viene a Natale?”, mentre spopola in libreria il suo romanzo “Ho sposato una vegana” destinato a finire sul grande schermo, torna al cinema con un film impegnativo e meditato, benché il più breve dei suoi: appena 90 pagine di sceneggiatura. Le prime scene sono promettenti, nel senso che la commedia, asprigna e non farsesca, trova finalmente uno stile più compiuto, ruvido, come se il regista di “Notte prima degli esami”, finalmente cresciutello e libero dalla sindrome di Peter Pan (fino a pochi anni fa si faceva ritrarre con un cartone di Spider-Man accanto e diceva “pomiciare”), avesse deciso di mettersi in gioco. Osservando gli altri per arrivare a se stesso. Per questo è probabile che “Forever Young” piacerà, al pari di “Perfetti sconosciuti” di Paolo Genovese, già campione di incassi: entrambi colgono una sindrome diffusa, da un lato il terrore di invecchiare e dall’altro l’uso smodato del cellulare; entrambi vogliono far sorridere parlando, in chiave universale, dei nostri difetti, delle nostre paure.
Anticipa Brizzi: «Ci avete fato caso? Ormai vedo persone, tra i 30 e i 70 anni, che fanno tutte le stesse cose, vanno alle stesse feste, nessuno vuole andare in pensione, ritirarsi, lasciare spazio agli altri. Si comincia già a 30 anni, indossando le magliette dei supereroi o facendosi qualche ritocchino da un chirurgo». Non a caso una delle battute che echeggiano nel film dice: «Il problema è che si sono estinti i nonni». Non in senso letterale, ovviamente. Continua Brizzi: «Tentiamo tutti, fino alla fine, di fare i giovani. Non ci sono più le zie e nemmeno i nonni, appunto: anzi i nonni oggi vanno a rimorchiare. Mia nonna faceva le marmellate in casa e aveva l’età della Ferilli oggi, che nel mio film rimorchia eccome».
L’ambizione del regista? «Il ritratto di un’Italia odierna dove nessuno vuole andare in panchina, neanche i calciatori. Stiamo scivolando verso una deriva pericolosa, oltre che ridicola». Il catalogo è ovviamente vario, alla maniera di “Ex”, forse la commedia migliore di Brizzi. Per dire: Sabrina Ferilli è una sensuale “cougar” (il termine gergale viene dall’inglese, indica una matura donna-coguaro dalla seduttività predatoria) che nella notte va in cerca di ventenni da portarsi a letto; Lillo, al secolo Pasquale Petrolo, è un dj, mestiere giovane per eccellenza, che a 50 anni scopre di non essere più in sintonia col suo pubblico ma non vuole demordere; Teo Teocoli è un asciutto avvocato settantenne che si allena per una maratona di corsa come se dovesse fare le Olimpiadi, rischiando continuamente coccoloni e angariando il genero Stefano Fresi, con la metà dei suoi anni e il doppio dei suoi chili; infine Fabrizio Bentivoglio, un fascinoso cinquantenne che convive felicemente con una bella ventiduenne ma la tradisce con una coetanea, più in sintonia per gusti e passioni. «Insieme fanno cose “trasgressive” come le tagliatelle fatte in casa…» ha scherzato il regista in un’intervista.
I “forever young”, avrete capito, come una nuova categoria transgenerazionale e interclassista: facile da sfotticchiare nei riti e nelle manie, ci si augura anche in chiave autoironica. Riconferma l’interessato: «Proprio perché penso di far parte della categoria, mi sento autorizzato a prenderli in giro pesantemente. “Forever Young” sarà una commedia molto cattiva: la mia prima non romantica e senza lieto fine». Crediamogli.

Michele Anselmi

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