“IL CASO SPOTLIGHT”, COSÌ LA CHIESA DI BOSTON NASCOSE I PRETI PEDOFILI PAGANDO IL SILENZIO DELLE VITTIME

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Molti di quei bambini o adolescenti oggi adulti, cresciuti nella cattolicissima Boston, aspettano ancora giustizia per essere stati molestati da preti pedofili di cui si fidavano. Centinaia di sacerdoti coperti per anni dalle alte gerarchia della Chiesa locale e non solo. Certo, una materia delicata, da maneggiare con cura, e da questo punto di vista “Il caso Spotlight”, con impagabile puntiglio, dopo un incipit in chiave di flash-back ambientato nel 1976, ricostruisce la sconvolgente inchiesta giornalistica che il “Boston Globe” mise a segno tra il 2001 e il 2002. Il titolo allude al nome di uno speciale team di reporter in forza al quotidiano: dotati di una certa autonomia e di tempi lunghi per verificare tutto, i quattro giornalisti vinsero anche il Pulitzer per aver sbriciolato il muro di omertà istituzionale con la quale le potenti gerarchie cattoliche avevano sepolto per anni casi frequenti di abusi sui minori.
Sia chiaro: non qualche mela marcia, bensì 230 sacerdoti coinvolti, oltre 1.000 i bambini violati, alcuni dei quali sopravvissuti a stento alla pratica malvagia sentendosi doppiamente traditi, anche sul piano religioso. Il cardinale Bernard Francis Law, che tutto sapeva e controllava, aveva elaborato una strategia tanto semplice quanto efficace: rimuovere i preti pedofili da una parrocchia all’altra, registrandoli sotto la voce “malattia” o “in congedo”, e pagare indennizzi per milioni di dollari alle vittime affinché le vicende non arrivassero in tribunale. Travolto dallo scandalo, l’alto porporato fu spedito, in veste di “arciprete emerito” (?), alla basilica romana di Santa Maria Maggiore, dove papa Francesco non ha voluto incontrarlo due anni fa. Meno male.
Il film, diretto dal 49enne Tom McCarthy, ben scandito, appassionante e inoppugnabile sul piano delle prove, arpeggia sul tema classico di “Tutti gli uomini del presidente”: fa nomi e cognomi, restituisce il clima in redazione, l’incedere dell’inchiesta rischiosa, il senso di smarrimento dei bambini nel frattempo cresciuti, soprattutto il potere pervasivo della Chiesa cattolica locale, capace perfino di sottrarre atti pubblici in tribunale. Non per niente, è candidato a ben 6 premi Oscar, e chissà se porterà a casa qualche statuetta. Di sicuro gli interpreti sono perfetti, per misura e adesione: da Michael Keaton a Mark Ruffalo, da Rachel McAdams a Stanley Tucci, senza dimenticare Leiv Schreiber, che incarna, con molta sottigliezza, il neo-direttore ebreo deciso a non inginocchiarsi di fronte alle insidiose pressioni del cardinale Law.
Scandisce il regista, a chi gli chiede un parere sulla strada coraggiosa intrapresa in materia dal nuovo pontefice: «Papa Francesco è entusiasmante, ma sul tema sono pessimista. Le parole sono una cosa, le azioni un’altra». Aggiunge McCarthy: «Sarei felice di aver torto ma dubito che il Vaticano risponderà. Certo mi piacerebbe che il film fosse visto dal pontefice, da cardinali, vescovi e sacerdoti». In effetti, una proiezione in Vaticano è stata fatta, ma non risultano commenti pubblici.
Resta che, senza la determinazione di quel giornale, difficilmente il bubbone sarebbe esploso; e nel frattempo molte chiese di Boston sono state chiuse per recuperare i soldi necessarie a pagare le cause milionarie.

Michele Anselmi

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