FABIO DE LUIGI CUCINA UN “TIRAMISÙ”, MA RESTA IL SOLITO. IL CINE-DOLCE IPERPROTEICO ALLA FINE UN PO’ STUCCA

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Fabio De Luigi, da Santarcangelo di Romagna, 48 anni, pronipote di Tonino Guerra, ha girato 28 film in quattro lustri esatti: quasi tutti uguali. Nel senso che, con l’eccezione di titoli come “Nitrato d’argento” di Marco Ferreri, “Matrimoni” di Cristina Comencini, “Il partigiano Johnny” di Guido Chiesa o “Come Dio comanda” di Gabriele Salvatores, l’attore interpreta sempre lo stesso ruolo: un omino buffo, sopraffatto dagli eventi, sventato o aggressivo a seconda delle storie ma infine pronto a redimersi, volentieri tendente al cartone animato, anche quando indossa la tonaca come in “Si accettano miracoli” di Alessandro Siani del 2014. Pure le facce che fa sono sempre le stesse. Finché il trucco regge sul versante del box-office sarà difficile cambiare registro, tuttavia l’interessato farebbe bene, essendo dotato di talento, a porsi il problema.
Invece eccolo di nuovo in sala dal 25 febbraio, perfino in veste di regista, con “Tiramisù”, producono Medusa e Colorado Film, dove il titolo evoca proprio il molto apprezzato dolce iperproteico caro agli italiani e insieme suggerisce un’ipotesi antidepressiva, un modo per rifarsi una vita all’insegna del successo e dei soldi, finché quella vita non comincia a otturare le arterie del buon senso.
Lo spunto è tutto qui: uno sfigato rappresentante di materiale sanitario, appunto De Luigi, fatica a imporsi nel lavoro, viene sfottuto dal capo, gira su una vecchia Opel Astra tenuta insieme con lo scotch, e, come non bastasse, appena torna a casa dall’amorevole moglie Vittoria Puccini si ritrova a fare i conti con il trentenne cognato avido e cinico Angelo Duro. Tutto sembra andare storto, finché uno squisito “tiramisù” cucinato dalla consorte per la Caritas non viene dimenticato per errore nello studio di un medico alquanto maneggione, il quale lo prende per un regalo, lo gusta assai volentieri: d’ora in poi il dolce diventerà un morbido grimaldello per entrare nel mondo che conta, tra agi, case con vista lago, Suv e contratti milionari per conto della Salutex (che però smercia apparecchi ospedalieri difettosi).
Insomma, avete capito: l’uomo si trasforma, assapora le gioie del potere, medita di tradire la moglie con una sexy-sventolona in carriera, salvo poi accorgersi di aver tradito se stesso, i propri ideali, anche la fiducia di chi gli voleva bene. Troverà il modo di rimediare?

Il film è fiacco e prevedibile, una serie di sketch che ambiscono alla commedia di costume, anche politicamente scorretta, e invece stingono nella farsa, in linea con le ultime prove dell’attore, da ”Com’è bello far l’amore” di Fausto Brizzi a “Il peggior Natale della mia vita” di Alessandro Genovesi et similia. Può darsi che “Tiramisù” piaccia al pubblico, godendo il comico di un suo zoccolo duro di estimatori; e tuttavia basta paragonarlo a “Perfetti sconosciuti” di Paolo Genovese, altro film di Medusa, per misurare, sia pure all’interno di un genere di largo consumo, la differenza dei cuochi pasticcieri. Anche lo sfottò del cinema sperimentale, qui una serata all’Azzurro Scipioni con Silvano Agosti che proietta un raffinato film di Fernand Legér, “Le ballet mécanique”, sa di già visto. Però Pippo Franco, con barba senile e morale adamantina, si ritaglia un ruolo che invita alla simpatia.
La verità? Fabio De Luigi dovrebbe smettere di fare la macchietta di se stesso, sia che reclamizzi un detersivo sia che reciti in un film. L’uomo continua a credersi un mix di Peter Sellers e Rowan Atkinson, insomma Mr. Bean. Funziona a patto che incarni sempre lo stesso personaggio, ritagliato un po’ sul modello del Ben Stiller di ”Ti presento i miei”: l’imbranato e goffo marito che, sotto pressione, combina ogni tipo di guai, provocando le ire del suocero. Fateci caso. Di solito quando si trova in una situazione imbarazzante, tipo una ex fidanzata che si nasconde nuda nel suo letto mentre lui sta per sposarsi, De Luigi se la cava così: inorridisce, guarda in primo piano la cinepresa, piccola pausa e si mette a gridare «Ahhhhh!». Fa ridere?
L’abbiamo già scritto, ma forse giova ripeterlo: dispiace che Fabio De Luigi continui a buttarsi via. Se in tv i suoi personaggi farseschi, da Medioman all’Ingegnere Cane, da Petunio a “Bum Bum” Picozza, rispondevano ai dettami della parodia surreale creata da “Mai dire gol”, sul grande schermo l’attore si produce all’infinito nello stesso “numero”. Purtroppo la pubblicità a tappeto per conto di Dash ha fatto il resto, forse finendo con il legare definitivamente il suo viso di gomma a un prodotto da reclamizzare.

Michele Anselmi

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