“ANOMALISA”, OVVERO IL SESSO DEI PUPAZZI (E DEGLI ADULTI). UN GRANDE FILM DA OSCAR SULLA CONDIZIONE UMANA

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “Cinemonitor”

E se “The Guardian” avesse ragione? «Potrebbe diventare il primo film d’animazione vietato ai minori a vincere l’Oscar» profetizza il quotidiano anglosassone tessendo le lodi di “Anomalisa”. Sapremo tra poche ore, la cerimonia hollywoodiana è vicina. Ma intanto è uscito anche in Italia, dopo l’anteprima mondiale a Venezia 2015 con relativo Gran premio della giuria, lo straordinario film del duo Charlie Kaufman & Duke Johnson. Bassi gli incassi, giovedì scorso neanche 5.000 euro, ma basterebbe abbattere il pregiudizio per scoprire quanta sottigliezza e complessità vivano in quest’opera di puro artificio che ha per protagonisti pupazzi alti pochi centimetri, animati con la raffinata tecnica stop-motion. Pupazzi per adulti, infatti in patria “Anomalisa” ha ricevuto la R di “restricted”, in pratica il divieto ai minori di 17 anni se non accompagnati dai genitori: per il realismo di alcune sequenze sessuali, la nudità inclemente dei personaggi, la ruvidezza emotiva di certi passaggi. Non a caso Kaufman ha scritto “Essere John Malkovich” e diretto “Synecdoche, New York”: le menti contorte, con annesso ramo di sciroccata frustrazione, sono il suo pane.

Pensate, ci sono voluti sei mesi solo per realizzare la toccante sequenza del rapporto sessuale tra i due protagonisti, introdotta dalle note di “Girls Just Want to Have Fun”, in modo da renderla verosimile, carnale, mai ridicola. Perché la scommessa stava proprio lì, nel curare ogni minimo dettaglio, fisico oltre che psicologico, nel tentativo, spiegano gli autori, «di esplorare la disperazione, la solitudine, i tenui e i fragili rapporti di ogni personaggio». Due anni di riprese pazienti, un budget di 8 milioni di dollari, un risultato deludente al box-office americano; magari il risarcimento verrà da zio Oscar, e tuttavia “Anomalisa” segna la nuova frontiera dell’animazione d’autore, lontano dalle furbizie maliziosette di manga giapponesi come “Sailor Moon” e “Georgie” o dall’irriverenza satirica del glorioso “Fritz il gatto”.

La storia? Michael Stone è un guru specializzato in libri sul “customer service”, cioè sulle tecniche psicologiche per vendere meglio i prodotti. Inglese, sposato con figli, l’uomo approda a Cincinnati per parlare ad un convegno sul tema. Ma è arrabbiato, frustrato, ulcerato. Dal lussuoso albergo Fregoli prova a contattare un’antica fiamma e l’incontro finisce subito male. Finché non conosce una commessa volata proprio lì per ascoltarlo. Lisa si sente bruttina, insipida, anomala, non fa l’amore con un uomo da anni, custodisce la sindrome del brutto anatroccolo. Lui invece la trova bellissima, appunto un’Anomalisa (anomalia più Lisa). Finiscono a letto insieme, si amano di gusto, progettano di scappare insieme, ma già a colazione c’è qualcosa di lei che irrita l’uomo. Quanto durerà l’idillio?

Tra allusioni e visioni, ma dentro una cornice esistenziale che stinge nella malinconia, i pupazzi sono “umani” negli abiti, nei corpi, nei gesti, e insieme programmaticamente finti. Maschi e femmine hanno facce uguali, parlano tutti con la voce di Tom Noonan (da noi Stefano Benassi); solo Stone e Lisa si distinguono, “doppiati” lui da David Thewlis e lei da Jennifer Jason Leigh (da noi Angelo Maggi e Claudia Razzi). Il breve incontro è reso senza pudori anche sul piano erotico, come si diceva, difficilmente star americane avrebbero accettato un simile sfacciato realismo negli amplessi o nei rapporti orali. Sta proprio qui la forza del film, ispirato a un testo di Francis Fregoli, pseudonimo curioso dietro il quale si cela lo stesso Kaufman: nel farsi racconto di una solitudine aggressiva e metafora di una più generale condizione umana di instabilità e irresolutezza. Alla fine non ti accorgi più nemmeno che sono pupazzi. Diventano personaggi in carne ed ossa, terribilmente simili a noi.

Michele Anselmi

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