“IL CASO SPOTLIGHT” MIGLIOR FILM AGLI OSCAR N. 88. MORRICONE E DI CAPRIO AZZANNANO LA STATUETTA

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Oscar 2016, edizione 88. Il parere del sottoscritto, fortemente personale e quindi del tutto discutibile, è il seguente. Ha vinto Leonardo DiCaprio per “Revenant” Alejandro Gonzáles Iñárritu e sono contento, perché il giovanotto è un sensibile e duttile attore, capace di misurarsi con personaggi molto diversi l’uno dall’altro, un artista che non siede sugli allori. Ha vinto Ennio Morricone per le musiche, un po’ riciclate, di “The Hateful Eight” e fingo di essere contento, altrimenti si rischia di passare per un anti-italiano che non si inchina al venerato maestro (ma due parole in inglese, salendo sul podio, poteva dirle, invece di farsi tradurre). Ha vinto come miglior film straniero l’ungherese “Il figlio di Saul” di László Nemes e sono molto contento, anche se difficilmente riuscirò a rivederlo per lo strazio infinito che dà nel raccontare, da una prospettiva inedita, l’inferno di Auschwitz. Ha vinto soprattutto, come miglior film, cioè la categoria più importante benché i titoli di siti e giornali siano tutti per Morricone e DiCaprio, “Il caso Spotlight” di Tom McCarthy e sono straordinariamente contento: non solo per la storia che racconta (l’inchiesta da Pulitzer del “Boston Globe” sui preti pedofili) ma per come la racconta. Sbaglia, secondo me, chi lo giudica solo un film “onesto e piatto”, “più utile che bello”, uno dei tanti che gli americani sanno fare sul giornalismo d’inchiesta. “Il caso Spotlight” ricostruisce fatti e antefatti, spiega la dinamica redazionale, sottolinea il potere della Curia bostoniana e i suoi legami con la politica, svela a ciglia asciutte lo strazio delle vittime, spesso gente del popolo, comprate dalla Chiesa perché non denunciassero i sacerdoti molestatori. Non a caso, il regista, nel ricevere anche il premio per la migliore sceneggiatura originale, ha detto, rivolgendosi a papa Francesco: «È tempo di proteggere i nostri bambini». Il pontefice non potrà che convenire.
«La festa degli Oscar parla anche un po’ italiano grazie al compositore italiano Ennio Morricone» leggiamo sul Corriere.it., e certo l’87enne musicista, già destinatario nel 2007 di un Oscar onorario alla carriera, può tornare a Roma con legittima soddisfazione. «Non c’è una musica importante senza un grande film che la ispiri» ha detto, visibilmente emozionato, riferendosi a “The Hateful Eight”. E pensare che all’inizio aveva rifiutato l’offerta devota del vulcanico Tarantino, poi s’è fatto convincere, ha scritto il tema di 7 minuti e mezzo che apre, in chiave di “Ouverture” (anzi “Overture”), l’estenuante western tra le nevi, aggiungendo di rincalzo alcuni pezzi scritti nel 1982 per “La Cosa” di John Carpenter e dal regista mai usati. Tutto regolare, s’intende. Adesso prepariamoci a qualche giorno di retorica cine-patriottica, e va bene così, anche se forse il premio sarebbe dovuto andare al Thomas Newman del “Ponte delle spie”, tredici candidature e mai nessuna statuetta.
A un anno esatto da “Birdman”, il regista messicano Alejandro Gonzáles Iñárritu ha fatto il bis alla voce miglior regista, e capita di rado a Hollywood. Si potrà discutere o contestare la scelta dei giurati, ma non la capacità del cineasta di muoversi su terreni così diversi, anche in termini di stile e respiro epico. DiCaprio, dopo sei nomination andate a vuoto, si aggiudica finalmente la statuetta come miglior attore protagonista, e c’è poco da sorridere: nei panni del trapper ottocentesco Hugh Glass, esposto a una miracolosa “resurrezione” nel gelo della wilderness, fa tutto e di più, senza perdere di vista, nell’impresa ginnica, anche l’interiorità del personaggio. Gli fa degna compagnia la giovane Brie Larson di “Room”, storia claustrofobica e atroce di una giovane mamma rinchiusa per anni in una stanza insieme al figlio da un maniaco: una di quelle storie “estreme” che piacciono, appunto, all’Academy.
Sul versante dei migliori attori non protagonisti niente da dire su Alicia Wikander, svedese, la donna vera di “The Danish Girl”, e su Mark Rylance, britannico, che nel “Ponte delle spie” di Spielberg cesella l’agente segreto sovietico travestito da pittore.
Per chi ama le statistiche, è “Mad Max: Fury Road” di George Miller ad aggiudicarsi il maggior numero di statuette, tutte tecniche: 6 su 12 candidature. Dispiace, magari solo al sottoscritto, che il malinconico “Anomalisa” non abbia vinto nella categoria miglior film d’animazione, ma doveva vedersela con “Inside Out» di Pete Docter: alla fine la potente Pixar ha avuto la meglio.

Michele Anselmi

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