MUORE A 91 ANNI GEORGE KENNEDY, MOLTO PIÙ DI UN GRANDE CARATTERISTA (E ANCHE UN BRAVO GIALLISTA)

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Alzi la mano chi, tra gli spettatori di una certa età, non riconosce il faccione inconfondibile di George Kennedy. Il nome dirà forse poco, ma basta vederlo, 1 metro e 90 di altezza, i capelli biondi, il sorriso aperto da figlio di buona donna, per ricordare alcuni dei film in cui ha recitato, spesso in ruoli di prim’ordine. I primi che vengono in mente, tra gli oltre 70 girati in mezzo secolo di carriera? “Solo sotto le stelle” di David Miller, “Sciarada” di Stanley Donen, “Il volo della Fenice”, “Quella sporca dozzina”, “Piano…piano, dolce Carlotta” di Robert Aldrich, “Una calibro 20 per lo specialista” di Michel Cimino, “Assassinio sull’Eiger” di Clint Eastwood, soprattutto “Nick mano fredda” di Stuart Rosenberg, per il quale vinse nel 1968 l’Oscar come miglior attore non protagonista (il divo in cartellone era Paul Newman). Per non dire di “Dallas”, la serie tv, che frequentò per cinque anni, nei panni di Carter McCay.
Sì, George Kennedy era molto più di un caratterista. Se n’è andato proprio il giorno degli Oscar, a 91 anni, in una casa di riposo nell’Idaho dove s’era rintanato, già malato, dopo la morte della sua seconda moglie. Era nato a New York, il 15 febbraio 1925, da un padre direttore d’orchestra e da una madre ballerina classica. Aveva la musica nel cuore, se il copione lo richiedeva volentieri si metteva a cantare nei suoi film, forse memore dei trascorsi da “disc-jockey”, poco più che bambino, per una radio di Long Island.
Kennedy appartiene a una gloriosa schiatta di attori hollywoodiani quasi mai ascesi al ruolo di protagonisti, eppure perfetti in ogni contesto: western, bellico, carcerario, poliziesco, thriller, comico, perfino sentimentale. Insomma, gente come Wilford Brimley, Art Carney, Burt Young, Burgess Meredith, Geoffrey Lewis, Warren Oates, Brian Dennehy. Con una differenza, sapeva anche scrivere romanzi polizieschi. Uno dei due da lui firmati, c’è chi dice che li abbia scritti un certo Walter J. Sheldon, fu anche pubblicato in Italia, nel 1985, nei Gialli Mondadori, col titolo “Riflettori sul delitto”. Una storia ambientata sul set di un immaginario film western, “Il senzadio”, che comincia così: «Il giorno del primo omicidio iniziò come ogni altra giornata in esterni: presto, prima che sorgesse il sole. Una lunga processione di veicoli avanzava verso il set, e i fari gialli scrutavano sfacciatamente nell’ora più buia, che in Messico viene prima dell’alba».
Nel cast inventato Glenn Ford e Raquel Welch, e naturalmente lui, George Kennedy, che rischia grosso a mano a mano che l’assassino comincia a colpire, forse per sabotare il film, forse no.
Del resto, Kennedy la morte l’aveva vista davvero, combattendo i tedeschi nella Seconda guerra mondiale, dalla quale era tornato tutto intero con due stelle di bronzo, quattro decorazioni al valore e i gradi di capitano. Restò nell’esercito, reparto servizi informativi, e solo nel 1957, richiesto come consulente militare per la serie tv “The Phil Silvers Show”, capì che la sua vita avrebbe preso un’altra strada: d’ora in poi avrebbe indossato la divisa solo per finta.
Al cinema spesso gli facevano fare “il cattivo”, spesso “il bandito” o “il galeotto”, anche se la sua indole era di tutt’altra natura; ma poi si abituò alle leggi di Hollywood, salvo ogni tanto prendersi delle vacanze da “buono”: l’addetto alla manutenzione degli aerei Joe Patroni nella tetralogia di “Airport” o il rassegnato capitano Ed Hocken nella trilogia di “Una pallottola spuntata”. Qualche sera fa è passato in tv un film del 2014, il remake di “The Gambler”, dove appare accanto a Mark Walhberg, Brie Larson e Jessica Lange: la sua ultima interpretazione, uno struggente canto del cigno da “grande vecchio”.

Michele Anselmi

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