Weekend, il tempo dell’amore. Dal regista di di 45 anni, un’altra storia sui buchi neri dei sentimenti

Il fascino di Weekend di Andrew Haigh sta nella sua premessa squisitamente sentimentale. Può un colpo di fulmine, più precisamente una notte di sesso, trasformarsi in qualcosa qualcosa di più e oltretutto straordinario? L’incontro fra Russell e Glenn è la risposta. Il regista del premiato 45 anni, nel 2011 realizzò questo gioiello del cinema gay indipendente, che solo adesso giunge nelle nostre sale. In Weekend si parla molto. Haigh racconta onestamente e dal suo interno l’omosessualità, non risparmiando qualche fotogramma esplicito, ma senza essere provocatorio come accadeva al Kechiche di La vita di Adele.

Come in quel film, la coppia, pur formandosi e abbandonandosi in un lasso di tempo fulmineo, è composta da due poli opposti. Ma le differenze più che sociali sono soprattutto mentali: uno è apertamente gay, ha molte frequentazioni, è un artista egocentrico che vuole fare qualcosa della sua vita allontanandosi dalla provinciale Inghilterra; l’altro è gay, ma timido, fa il bagnino, quindi è un lavoratore umile, e semplicemente non ama urlare il suo orientamento ai quattro venti.

In poco tempo i due entrano in uno stato di vicinanza tale da abbattere molte barriere e per questo scoppierà un amore quasi folle dove ci sarà spazio per la messa in discussione di sé e per la scoperta della propria identità profonda. Il progetto di audio-conversazioni ad uso dei conoscenti gay messo in atto dall’artistoide Glen con la sua cavia Russell ricorda i dibattiti sull’amour fou di Ultimo tango a Parigi. Qui di folle c’è più un eccesso nell’uso dell’alcol e delle droghe, che diventa un po’ specchio di una certa società inglese, ma anche intento artistico da parte di Andrew Haigh di dare alla coppia l’occasione di confidarsi e amarsi più intensamente del normale.

L’eccezionale irrompe nell’ordinario, ripreso con l’occhio della cinepresa ravvicinata di Haigh, a tratti lirica, in altri momenti sfiorante la crudezza del docu-fiction. Un lavoro forse minore rispetto al successivo 45 anni, che ha portato di recente Charlotte Rampling agli Oscar. Tom Cullen e Chris New sono affiatati, credibili e molto intimi nei loro scambi, tanto da restituire a questa storia tutto sommato classica un’unicità e un realismo che non si vedeva da tempo. L’audio nell’originale è compromesso da un suono ovattato, in cui i sussurri dei due amanti si confondono talmente con il rumore dell’ambiente urbano di Nottingham da rendere difficile l’ascolto anche ad un madrelingua. La scena finale in stazione, paradossalmente si svolge a Notting Hill, luogo, cinematograficamente parlando, non noto per finali drammatici. Di sicuro Haigh ci sa fare con il dramma intimista, ce lo ha dimostrato più volte.

Furio Spinosi

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