Suffragette: un passato dal finale ancora aperto

Londra 1912, Maud Watts (Carey Mulligan) è una giovane donna che presta gran parte della sua giornata al signor Taylor, proprietario di una lavanderia. Maud e altre donne come lei sono costrette a interminabili e sottopagate ore di lavoro in un ambiente insalubre, consacrando la loro esistenza all’asservimento, senza soluzione di continuità tra quello domestico e quello professionale. Tra loro c’è anche Violet (Anne-Marie Duff), che ha sposato con ardore la causa delle Suffragette e combatte in prima linea per ottenere il diritto di voto e la parità tra i sessi. Violet cerca di persuadere la reticente Maud a unirsi alla lotta e a diventare un’attivista del movimento. Maud è consapevole delle conseguenze che l’adesione al gruppo potrebbe portare nella sua umile vita, ma è altrettanto consapevole che rinunciare significherebbe rassegnarsi a continue vessazioni, allontanando ogni speranza di un futuro migliore. Si sente ulteriormente attratta dalla battaglia in corso quando le viene presentata Edith (Helena Bonham Carter), una farmacista locale che, insieme al marito, ospita nel suo retrobottega le riunioni clandestine delle Suffragette.

Dopo l’ennesimo rifiuto da parte della Camera dei Comuni di estendere il voto anche alle donne, lo scontro diventa più aspro e la leader del WSPU (Women’s Social and Political Union, l’Unione sociale e politica delle donne) Emmeline Pankhurst (Meryl Streep) incita le sue alla lotta, promuovendo attacchi sovversivi. Maud, che ha già messo a repentaglio la sua serenità familiare, non si sottrae alle azioni violente ed è ormai disposta a tutto per onorare il suo ideale. Con l’obiettivo di imporsi alla visibilità dei media e dell’opinione pubblica, a lei e alla sua amica Emily Wilding Davison (Natalie Press) viene affidato il piano della più ambiziosa azione dimostrativa compiuta fino a quel momento. La regista di Suffragette, Sarah Gavron, ha scelto un personaggio fittizio, Maud Watts, per dare voce a altri personaggi realmente esistiti come Emmeline Pankhurst, Emily Wilding Davison e David Lloyd George al fine di raccontare un drammatico spaccato della Storia inglese.

Il fulcro della narrazione non è incentrato sulle figure leader, la stessa Pankhurst è un personaggio appena abbozzato e compare solo in un paio di scene, ma è volutamente ricondotto all’ordinarietà della gente comune. La macchina da presa è spesso instabile e stringe in maniera claustrofobica sui primi piani delle protagoniste, ma il tentativo di dare allo spettatore una visione in soggettiva non è però pienamente riuscito, perché Suffragette pecca nella forma e restituisce uno stile goffo e caotico. Si conferma invece il talento della sceneggiatrice Abi Morgan che in passato aveva delineato con un’ottima scrittura la Margaret Thatcher di The Iron Lady. La Morgan, nella costruzione dei dialoghi e in particolare nelle parole affidate al personaggio principale, Maud Watts, rende evidente come l’ingiustizia perpetrata nel tempo possa portare a forme radicali di sovversione e allo stesso tempo mette nero su bianco cosa significhino la passione per un ideale e la disponibilità al sacrificio personale. Nel finale, dopo le immagini di repertorio che portarono all’attenzione mondiale la causa delle Suffragette, vengono elencati in ordine cronologico i Paesi che hanno esteso il diritto di voto alle donne. Nello stupore generale di una sala cinematografica si levano mormorii alla vista di Italia 1945 e Quatar – Arabia Saudita 2015. Solo allora ti accorgi che non puoi definirlo propriamente un film storico perché quella storia è ancora presente.

Chiara Pascali

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