INCASSI: “PERFETTI SCONOSCIUTI”, UN SELFIE DA 14 MILIONI. IL CELLULARE COME SPECCHIO SCURO, ANCHE DE NIRO LO INVITA

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Un mese dopo, usciva l’11 febbraio, “Perfetti sconosciuti” continua a marciare come un treno. Martedì, con 324 copie ancora in giro, era a 13 milioni e 590 mila euro, più di “Revenant” e di “The Hateful Eight”, per citare due filmoni hollywoodiani di gran richiamo. Un trionfo, per alcuni versi inatteso, almeno in questi termini. “L’abbiamo fatta grossa” di Carlo Verdone s’è fermato a 7 milioni e mezzo di euro; “Tiramisù” di Fabio De Luigi sta ancora sotto i 2 milioni; “Onda su onda” di Rocco Papaleo è a 626 mila: solo per citare alcune commedie italiane uscite recentemente.
Tutti ne parlano, il “selfie” asprigno attira gli spettatori più diversi, per età e gusti. Come se il regista Paolo Genovese, romano, classe 1966, avesse colto “lo spirito del tempo” raccontando una cena tra amici che si muta in gioco al massacro con l’aiuto dei cellulari spiattellati a tavola. Perfino i colleghi si congratulano, non succede tutti i giorni. Francesco Bruni ha postato su Facebook: «Complimenti di cuore ed un ringraziamento speciale a Paolo Genovese ed ai suoi sceneggiatori Filippo Bologna, Paolo Costella, Paola Mammini e Rolando Ravello. Ci confermano nella convinzione che non sia affatto necessario abbassare il livello della scrittura, della recitazione e della messa in scena per coinvolgere il grande pubblico». Mica è il solo. Sono arrivati messaggi da Fiorello, Gabriele Muccino, Michele Placido, Claudia Gerini, Fausto Brizzi, Gigi D’Alessio, tanti altri.
L’interessato si gode il momento. Al Bif&st di Bari riceverà il “Premio Tonino Guerra”, poi volerà a New York: anche il Tribeca Film Festival animato da Robert De Niro vuole in gara “Perfetti sconosciuti”. Mentre da ogni Paese arrivano richieste di diritti per dei remake: Usa, Spagna, Portogallo, Argentina, Svezia, Turchia, perfino Corea ed Emirati Arabi. Quando si dice un film trasversale. «Sì, trasversale è l’aggettivo giusto» spiega al “Secolo XIX”. Aggiunge: «Io penso due cose. Il tema ha toccato corde profonde, più di quanto pensassi, e lo ha fatto nei modi della nostra commedia. Il film fa ridere e riflettere. Insomma, non lo dimentichi dopo aver mangiato la pizza». E la seconda? «Ha scatenato una sorta di strano cine-patriottismo. Viene visto come un film italiano nel senso migliore. Infisso nella nostra tradizione e insieme esportabile». Conferma Giampaolo Letta, ad di Medusa, che co-produce e distribuisce: «Il gradimento è geograficamente uniforme, pensiamo che supererà facilmente i 15 milioni. Dove il film cammina bene, continuerà a restare. Il passaparola funziona. Sarà perché ogni spettatore si sente come se fosse seduto a quel tavolo, si riconosce in quel “gioco”». Uno pensa: a quando il seguito alla maniera di “Immaturi” 1 e 2? Genovese nega: «Non ci sarà. Mi sembrerebbe una brutta cosa, una scorciatoia, voglio che rimanga un episodio unico». Bravo.
Parafrasando Gabriel García Márquez, per il quale «ognuno di noi ha tre vite: una pubblica, una privata e una segreta», il regista individua nello smartphone il custode rischioso e irrinunciabile dei segreti più inconfessabili, pena rottura di matrimoni, convivenze e amicizie. Il cellulare l’abbiamo tutti, molti di noi lo piazzano anche a tavola accanto al piatto fumante. Una cafonaggine, certo. Sempre che, come capita in “Perfetti sconosciuti”, non sia la padrona di casa, durante una cena tra amici in un bell’appartamento alto borghese, a chiedere ai commensali di tirar fuori i rispettivi telefoni per condividere sms, whatsapp, chat e chiamate a viva voce. La trovata parte come uno scherzo e naturalmente si trasforma in un inferno. Perché, appunto, «questo qui è la scatola nera della nostra vita».
I sette in questione, che potremmo ribattezzare “The Hateful Seven” con Tarantino, sono quarantenni o giù di lì, perlopiù benestanti, belli, amici da sempre. Ci sono i ricchi padroni di casa Marco Giallini e Kasia Smutniak, lui chirurgo plastico e lei psichiatra; poi i freschi sposini Edoardo Leo e Alba Rohrwacher, lui tassista e lei veterinaria; la coppia stagionata composta da Valerio Mastandrea e Anna Foglietta, lui avvocato e lei da tempo casalinga e mamma premurosa; infine il professore di ginnastica, momentaneamente disoccupato, Giuseppe Battiston, appena fidanzatosi con una misteriosa Lucilla che all’ultimo momento ha dato forfeit. Noi sappiamo, da brandelli di battute e sguardi annoiati, che le loro vite non sono tranquille come sembrano, ma l’ottimo cibo e il buon vino stemperano le inquietudini, almeno fino a quando non cominciano a parlare le schede Sim dei telefonini. «Siamo tutti frangibili, è sbagliato giocare con questa scatola nera» scandisce in sottofinale uno dei sette. La morale? Certi cassetti forse è meglio non aprirli mai, perché sono pieni di polvere e insetti; pena ritrovarsi accanto un perfetto sconosciuto. Genovese non è d’accordo: «Volevo mostrare che cosa accade se si alza il tappeto e ci si dice tutto. Poi il caso, nelle vite delle persone, spesso fa il resto».

Michele Anselmi

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