ADDIO A RICCARDO GARRONE, NON SOLO LAVAZZA. FU ATTORE ECLETTICO, GLI PIACEVA DARE LA VOCE A DIO

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Se ne va, a quasi 90 anni, il romanissimo Riccardo Garrone. È stato uno straordinario attore: eclettico, cangiante, bravo a teatro e al cinema, perfetto in parti da borghese o da gagà, perfino da gangster, un caratterista mai asceso a protagonista, pur avendo una bella faccia, la voce potente, un fisico notevole. Capita. Nel giorno della sua morte, avvenuta a Milano, tutti lo ricordiamo truccato da venerabile San Pietro in una fortunata pubblicità della Lavazza che va ancora avanti dopo vent’anni (a raccogliere il testimone è stato il genovese Tullio Solenghi); oppure per quella battuta fulminante, in romanesco, che chiudeva il primo cinepanettone dei fratelli Vanzina, anno 1983, il capostipite della serie: «Be’, anche questo Natale se lo semo levato dalle palle». Eppure Garrone ha girato circa 150 film, serie tv come “Un medico in famiglia”, ha fatto il doppiatore, recitato sul palcoscenico con Vittorio Gassman, Paolo Stoppa e Rina Morelli, s’è divertito perfino a dare la voce di Dio nel musical “Aggiungi un posto a tavola”. Apparteneva alla scuola gloriosa dei Claudio Gora, dei Gianni Agus, dei Gigi Ballista, dei Franco Fabrizi, specializzati nell’incarnare personaggi antipatici da Italia del boom: di volta in volta, aggressivi, furfanti, disonesti, corrotti o corruttori, anche meschini o semplicemente cinici, rassegnati.

I suoi baffi, ingrigitisi col tempo, erano un marchio di fabbrica, facevano tutto col suo naso aquilino, gli occhi vivaci e la folta capigliatura da maschio italico (ma anche con la tonaca addosso se la cavava bene). La sua bravura non era solo istinto, aveva studiato all’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico, e se il suo primo film, “Adamo ed Eva” di Mario Mattòli, 1949, non è forse dei più memorabili, con l’esperienza avrebbe affinato le capacità, recitando per registi di forte personalità. Qualche titolo? “Il bidone” e “La dolce vita” di Fellini, “Il ferroviere” di Germi, “Il vigile” e “La romana” di Zampa, “Audace colpi dei soliti ignoti” di Loy, “La ragazza con la valigia” di Zurlini, “La rimpatriata” di Damiani, “Eva” di Losey, “La cena” di Scola.

Come tanti della sua generazione, ha lavorato tanto, specie negli anni Cinquanta e Sessanta, passando da un set all’altro: peplum, spaghetti-western, commedie scollacciate, horror, film a episodi, più tardi due “Fantozzi”. Ma furono di sicuro i Vanzina, nel ritagliargli addosso il ruolo dell’annoiato avvocato Giovanni Covelli in “Vacanze di Natale”, a rilanciarlo sul piano cinematografico, facendone il prototipo perfetto di una certa borghesia capitolina.
Ha scritto di lui il romanziere Fulvio Abbate: «Perfino nei panni d’altissimo concierge a guardia di una tazzina e del suo marchio, Garrone riesce a salvare la memoria di una grande stagione che lo ha visto presenza fissa: quella del cinema d’oro. Se c’è un cruccio riguarda semmai la responsabilità di chi non ha mai voluto farne un protagonista perfino drammatico della nostra cinematografia. Il fatto che abbia infine ottenuto le chiavi del Paradiso è soltanto un minuscolo risarcimento rispetto a ciò che Riccardo avrebbe meritato».

Michele Anselmi

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