“LA CORTE” (OVVERO “L’HERMINE”): SUBLIME LUCHINI. ANCHE I GIUDICI ANTIPATICI CONDANNATI ALL’AMORE

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Un gran bel film, “La Corte”, e fa bene l’Academy Two a distribuirlo da giovedì 17 marzo e Nanni Moretti a sostenerlo con dedizione, nella speranza che trovi un suo pubblico anche in Italia. Il titolo originale recita “L’Hermine”, cioè l’ermellino, nel senso della toga rossa ornata di pelliccia indossata dal presidente di una Corte d’assise della provincia francese, a Saint-Omer, nei pressi di Calais. Film strano, intermittente, pieno di sfumature inattese, noioso solo per chi non ha pazienza, scritto e diretto da Christian Vincent, confidando sull’attore prediletto Fabrice Luchini. Specializzato in ruoli da antipatico o burbero, il 65enne Luchini qui è Xavier Racine, giudice “a due cifre”, perché infigge volentieri pene sopra i dieci anni, alle prese con un controverso infanticidio forse commesso da un giovane padre polacco.
Pomposo e depresso allo stesso tempo, il giudice si sta separando dalla moglie, un’influenza insidiosa lo rende di pessimo umore, alcune voci maliziose peggiorano le cose. Finché in tribunale non rivede, chiamata a fare il giudice popolare, la bella anestesista di origine danese che l’operò alla gamba sei anni prima e di cui si era innamorato goffamente.
«L’aula di tribunale è un teatro, con un pubblico, degli attori, una drammaturgia e un dietro le quinte» dice il regista, premiato a Venezia 2015 per la sceneggiatura. In effetti “L’Hermine” asseconda il paragone, senza esagerare, a tratti sembra una puntata di “Un giorno in pretura”, a tratti un poliziesco di Claude Chabrol, a tratti una variazione francese sul tema di “La parola ai giurati”. Luchini, destinatario di Coppa Volpi sempre a Venezia, è splendido come al solito nel mettere a fuoco per scarti progressivi la psicologia del giudice, le sue non sono faccette, vezzi o trucchi da mattatore, e certo si perde un po’ della sua bravura nel doppiaggio italiano, pur corretto. Basterebbe la scena in cui Luchini parla della sciarpa rossa che indossa su cappotti anonimi, beige o blu: «Non ho mai saputo vestirmi. La sciarpa è un modo per evitare ogni sforzo rispetto all’abbigliamento. La gente guarda la sciarpa, non me». Non è da meno, però, Sidse Babett Knudsen, sensibile e radiosa quarantenne che farà tornare il sorriso sulla faccia di quel misantropo insopportabile.

Michele Anselmi

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